Mercoledì 28 Luglio 2021

Il saggio

Orafi e calzaturieri a Valenza nel Ventennio

Orafi e calzaturieri a Valenza nel Ventennio

VALENZA - Nei primi anni del XX secolo a Valenza si sono ormai affermate l’industria orafa e quella calzaturiera (tomaie giunte) e tutti si abbandonano alla grande mutazione acquisita: la fabbrica reclama braccia e la campagna risponde all’appello. Il vino locale ha subito in crescendo la concorrenza francese e la filatura della seta non ha retto più a certi competitori; sono entrambi condannati a defungere: un mondo ormai obnubilato che scomparirà per sempre. Naturalmente questa trasformazione avrà inevitabili ricadute sul piano sociale ed economico. Tuttavia durante la Grande Guerra l’attività orafa è quasi sospesa (37 fabbriche su 41 chiuse), per dispersione della mano d’opera e per mancanza di materia prima. Insostenibile l’approvvigionamento dei metalli pregiati (rarefatti e saliti di costo) e delle pietre preziose, ma al termine del conflitto il risveglio sarà veemente, quasi un recupero del tempo perduto.

Invece, sempre al tempo del conflitto, si incrementano sensibilmente la produzione ed i profitti dell’attività calzaturiera per le commesse militari; sorgono due nuove industrie della calzatura e le due precedenti devono allargare gli impianti, vanno a sommarsi a quelle aziende che producono le tomaie giunte. Sono in grado di accogliere numerosa manodopera femminile non specializzata e renderla produttiva in tempi brevi sostituendo facilmente gli uomini chiamati al fronte. L’industria delle calzature è stata preceduta da quella delle tomaie, produzione ausiliaria della calzatura (iniziatore Giovanni Biglieri nel 1890); nel 1900 il tomaificio-calzaturificio “La Valletta” contava ben 120 operai, mentre la “Manifattura Calzature Giunte Ballario e Mantelli (fondata nel 1899) contava 63 operai. Nel 1911 a Valenza c’erano ben 16 tomaifici.

I valenzani tornati dalla guerra e temprati da una certa povertà bellica si trovano di fronte all’esigenza di ricostruirsi una nuova vita, muniti spesso solo della loro capacità di creare gioielli. Per soddisfare la crescita del mercato, con l’oro dato a committenza in conto lavorazione, molti valenzani diventano orafi a domicilio: col tempo diventeranno nuovi artigiani produttori. Iniziano a sorgere anche numerosi piccoli laboratori artigianali a gestione familiare e di rischio contenuto, sovente con modalità di lavoro diverse dal passato. Anche la foggia dei gioielli incomincia a diversificarsi.

Come sempre nei periodi di crisi generale, sempre presenti nelle fasi postbelliche, i prodotti riservati a pochi vanno benissimo e per la produzione orafa è super boom. La situazione che si presenterà tra le due guerre mondiali risulterà portentosamente vivace, sollecita e mutevole tra il nascere, il prosperare e lo spegnersi precoce di imprese minuscole o modeste, e il congiungersi o il dividersi dei titolari per ricomporsi con altri nutrendo aspettative più speranzose.

Lo sviluppo dell’industria locale della calzatura non è da meno. Come già abbiamo detto i tomaifici e i calzaturifici anche in tempo di guerra hanno proseguito la produzione su commesse belliche con vantaggiosi contratti e nel 1921, a conferma della buona salute del comparto, sono ben 19 i tomaifici e i calzaturifici iscritti al registro aziende e circa 700 gli occupati nel settore. Nelle tomaie giunte spiccano le aziende Baggio Gennaro, Ghilione Paolo, Ballario e Mantelli, Carnevale e Ghidetti, la Società Anonima Cooperativa che già nel 1911 occupava 61 persone. Due anni dopo (1923) il numero dei tomaifici e calzaturifici è cresciuto considerevolmente a 27 fabbriche.

Rifacendoci ai dati statistici dei censimenti industriali, nel 1911 risultano 43 fabbriche orafe con 498 addetti, poi nel 1923 le oreficerie sono 64 (33 sorte dopo il 1919), mentre nel 1825 le fabbriche orafe censite sono 80 con 466 dipendenti.  Però da certe fonti, sempre nel 1925, risultano rilevati 1.376 lavoratori orafi (si presume in fabbriche, laboratori e lavoranti a domicilio) e ben 195 luoghi di lavoro orafo.

Tanta manodopera femminile che abbandona la campagna trova occupazione nella pulitura dei gioielli; sale l’entusiasmo e l’impegno. Qui non esiste frattura tra imprenditori e operai (tutti di provenienza locale), poiché sarà sempre minima la differenza fra l’artigiano orafo e il suo dipendente. Uniche certezze ineluttabili: vivono negli stessi luoghi, frequentano i medesimi locali e lavorano negli stessi spazi; intanto nel Paese lo stato di diritto e la democrazia languono.

L’oreficeria è diventata a pieno titolo la protagonista economica di questa città. Tra il 1920 e il 1930, le ditte orafe aumentano repentinamente fino ad essere quasi 300 con circa 2.000 occupati alla fine degli anni trenta.

In questi anni le aziende con più di venti dipendenti sono: la Illario Carlo e f.lli con poca manodopera femminile (è una società di fatto fondata nel 1919 dai fratelli Carlo, Vincenzo e Luigi che produce alta gioielleria eseguita esclusivamente a mano), la Staurino Oreste (qui invece sono quasi tutte donne), i Fratelli Carnevale.

Altre importanti industrie orafe del primo dopoguerra nel censimento del 1925 presentano queste maestranze. La Vaccario e Deambrogi nata nel 1918 occupa 16 dipendenti (12 maschi e 4 femmine), la Gusmaro e Rota, fondata nel 1921 da Costantino Rota ha 12 dipendenti (9 maschi e 3 femmine), la Canepa Giovanni ha 16 dipendenti (6 maschi e 10 femmine), la F.lli Keller  ha 16 dipendenti (12 maschi  4 femmine), la Fratelli Vecchio ha 14 operai (12 maschi e 2 femmine, nel 1914 occupava 9 operai maschi e 7 femmine, nel 1911 aveva 21 lavoranti), la Martinengo Carlo ha solo operaie femmine (11). Inoltre, Rozza & C. 13 dipendenti, (10 maschi e 3 femmine), Negri Leopoldo 12 (4 maschi e 8 femmine), Pagani e Cavallero  10 (6 maschi e 4 femmine), Merlani F.lli e Ferraris  10 (6 maschi e 4 femmine), Verderio e Visconti 10 (8 maschi e 2 femmine), De Rossi, Frassi &C. 13 (10 maschi e 3 femmine). Merlani e F.lli & Ferraris 10 (6 maschi e 4 femmine). Poi ci sono le due associazioni produttori: la Società Orafa Valenzana che ha più di 10 operai e la Società Cooperativa Orefici anch’essa con più di 10 operai tutti maschi.

Sempre nel 1925 ci sono anche la f.lli Bonafede che occupa circa una decina di operai e Pasetti Massimo con 8 dipendenti (fondata nel 1912, nel 1914 ne aveva già altrettanti). Le molte altre non superano i 10 dipendenti.

A Valenza in questi anni si è pertanto formata un’imprenditoria coraggiosa con incrementi straordinari e la produzione del gioiello cresce persistentemente, pur patendo la rivalutazione della lira del 1926 (quota 90) e la conseguente svolta deflazionistica che farà in seguito vacillare le certezze del tempo.

Nelle aziende orafe si lavora in media nove ore al giorno, i “garzoncini” un po’ di più, ma nel periodo invernale l’orario si estende fino a 12 ore giornaliere. La paga di un buon operaio orafo va da 4 a 6 lire all’ora, per una pulitrice da 2 a 3 lire (rapportandola a oggi una lira vale circa un euro). Come già detto, generalmente i “padroni” lavorano a fianco del dipendente, fra loro c’è spesso un rapporto d’amicizia, senza alcun distacco. I piccoli laboratori sono per la maggior parte a gestione familiare, dove il titolare, oltre ad essere colui che si occupa dell’amministrazione e del commercio, è anche un orefice a tutti gli effetti, impegnato spesso nella realizzazione dei gioielli insieme ai suoi operai. Gli apprendisti (garzoncini) lavorano a contatto con gli altri e imparano tutti i particolari segreti del mestiere. Si lavora dunque con una certa passione, senza astio, in un clima familiare, ma con una frenesia di attivismo in un mercato a forte evoluzione che ha come risultato la crescita dei redditi. Si sviluppa anche l’attività di vendita e d’intermediazione di gioielli, con il rischio presente ma parecchio fruttuoso del finanziamento delle vendite, spesso una faccenda ai confini della realtà economica; i viaggiatori orafi sono quasi un centinaio.

Sempre nella statistica industriale del 1925 a Valenza risultano 14 tomaifici (202 addetti) e 9 calzaturifici (516 addetti). Questi ultimi sono le aziende: Re Alessandro (dipendenti 117, 47 maschi e 70 femmine), Tartara & C. (dipendenti 115, 53 maschi e 62 femmine), Soc. Coop.Produzione Calzature e Tomaie (dipendenti 106, 44 maschi e 62 femmine), Pavese Ettore 47, Ceva & Montanara 44, Fratelli Legnazzi 29, Poggio & C. 21, Cavallero Giuseppe 19, Cerutti, Ravarino & bC. 18. Le aziende di Tomaie Giunte sono: Ghiglione Paolo dip. 29, Mantelli & Gota 33, Baggio Gennaro 26, Fr.Barberis e Degiorgis 19, Carnevale, Ghidetti & C. 16, Chiesa Felice & C. 15, Fratelli Cravera 14, Gotta  & F.lli Garlando 13,  Di Mauro & Porta 10, Bellisomi & Rolino 7, Ceva & Robotti 6, Barbero & Gobbi 6, Fratelli Natta 5, Fratelli Cavallero 3. Nel 1927 nella Mantelli & Gota entra Virginio Protto e diventa la ditta pantofoliera “La Stella”: crescerà enormemente sino ad occupare 120 lavoratori. Nel 1933 sorge un’altra azienda di avvenire longevo il “Calzaturificio Attica” dei fratelli Re. Gli stipendi degli operai calzaturieri oscillano tra le 2 e le 4 lire all’ora.

Non sufficientemente sviluppato o reticente è il credito bancario locale (operano 5 banche: Commerciale, Novara, Ceriana, Cassa Risparmio, Agricola), tanto che la maggior parte dei finanziamenti al settore orafo provengono da privati. Esiste già in questi tempi un’associazione orafa presieduta da Pietro Caniggia e dal vice presidente Carlo Illario: è una piccola rappresentanza che si riunisce in una stanza in via Roma e cerca di portare avanti presso il Ministero dal Lavoro mussoliniano le istanze delle imprese orafe locali. È ipotizzabile che l’ammontare di gioielli trattati ogni anno a Valenza in questi anni venti si aggiri sui sei milioni di lire; il prezzo di un grammo d’oro è di circa 12 lire.

Nel 1928 all’azienda fondata nel 1920 da Vincenzo Ceva (il padre Luigi esercitava l’attività di orafo già nel 1889) si aggiunge Giuseppe Garlando, poi nel 1931 il fratello Carlo Ceva, e nel 1935 si interromperà la collaborazione con Garlando e resterà la Fr.lli Ceva con 10 operai.

Nel 1929 il giovane Carlo Barberis apre un laboratorio in proprio, Carlo Tavella si separa dai soci Illario e Soro (uniti dal 1925) e prosegue da solo la produzione con diversi dipendenti, nel 1930 nasce l’azienda Zeme e Repossi. Altri laboratori molto attivi sono quelli di Carlo Raspagni (ditta nata nel 1919, associato prima con il fratello Giuseppe e poi con il cognato), di Giovanni Baggio fondato nel 1910 e quello di  Garavelli & Cassola fondato nel 1912.

Però negli anni successivi decade la produttività; molte imprese orafe vengono progressivamente ridimensionate: nel 1932 in tutta la Provincia risultano dal censimento solamente 32 “fabbriche” di oreficeria e di argenteria con 658 dipendenti. L’economia ubbidisce a eventi complessi e le crisi non fanno sconti a nessuno; negli anni Trenta (grande crollo del ’30 e sanzioni del ‘35 a causa della guerra d’Etiopia con le successive misure autarchiche che limitano l’espansione su mercati esteri) i perplessi operai orafi valenzani non hanno più il lavoro garantito tutto l’anno e diverse aziende, caricate d’angosce o in una mera posizione di difesa, sono costrette a chiudere e altre si rivolgono al commercio dei preziosi, accompagnati da neri presagi.

Aumentano però i lavoratori orafi a domicilio; sono gli ex-operai che i licenziamenti hanno lasciato sprovvisti di lavoro a cercare nell’esercizio autonomo della loro attività i mezzi per vivere e, mentre il numero dei cosiddetti “artigiani senza dipendenti” cresce, le attività di struttura più elevata si riducono.

La società Vaccario e Deambrogi nel 1931 si scioglie e Luigi Deambrogi prosegue con una ditta individuale dedicandosi al commercio di gioielleria; Celestino Cavalli nel 1936 abbandona la fabbricazione per rivolgersi al commercio di pietre preziose: è una delle più vecchie aziende della città, il padre ha aperto un piccolo laboratorio nel lontano 1883, in un certo periodo l’impresa ha superato i cinquanta addetti.

Poi negli ultimi anni Trenta riprendono il lavoro e le aperture.  Tra le gioiellerie di grande valore futuro, nel 1937 nasce come azienda artigianale la Piero Lunati (diventerà ben presto un atelier all’avanguardia) e nelle stesso anno Massimo Moraglione apre una novella impresa con altri due soci. Il prezzo dell’oro naviga sui 35 dollari per oncia.

Con l'impiego di scarpe sempre più comode e pratiche, per le donne scarpe differenti a seconda del bisogno e dell'occasione, l'industria locale della calzatura non ha cali e nel periodo 1931-35 le cose vanno ancora meglio grazie alle commesse militari in preparazione alla guerra d’Etiopia. Diverse imprese riescono ad estendersi introducendosi validamente sui nuovi mercati, così Valenza diventa un centro all'avanguardia nella produzione calzaturiera, con articoli d’alta qualità e diversi operai scivolano dall’oro alle scarpe.

Inopinatamente, l'inizio della nuova guerra coincide con una certa e breve espansione dell'attività produttiva locale, nonostante gli intralci derivati dal monopolio statale del commercio. Si genera pure una certa ripresa occupazionale dovuta essenzialmente alla chiamata alle armi dei lavoratori più giovani. Poi dal 1941 al 1945 sarà proibita la lavorazione di materiali preziosi e si produrranno il più delle volte monili di scarso valore, mentre con gli acquisti sul mercato nero la gioielleria soddisferà specialmente la domanda di beni rifugio.

Una precisazione finale: nel racconto abbiamo menzionato diverse aziende locali, ma molte altre, per spazio non citate, hanno contribuito a rendere celebre Valenza nel mondo.

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