Venerdì 27 Novembre 2020

Il saggio

Valenza nell'età Napoleonica

Continua la rassegna dedicata alla storia cittadina

Valenza nell'età Napoleonica

Situazione della zona valenzana ad inizio ‘800

VALENZA - Lo scoppio della Rivoluzione francese trova in Valenza diversi sostenitori, principalmente nell’ambiente borghese intellettuale maggiormente informato, però ben presto la campagna antireligiosa e il “Terrore” fanno sorgere un contrapposto sentimento antifrancese. È in questo quadro che s’inserisce la discesa di Napoleone Bonaparte in Italia.

Alla fine del ‘700 è edificato uno dei palazzi più belli di Valenza, Palazzo Pellizzari (oggi sede del Municipio), ospiterà Napoleone nel 1810, mentre Palazzo Valentino (al tempo dimora del Municipio) viene completamente ristrutturato.

Nel 1796, escluso il presidio militare, Valenza ha circa 5.000 abitanti (compreso Monte con 350), di cui 452 ecclesiastici, medici, notai e “servi”, 1.500 agricoltori, 250 artigiani e negozianti, 435 proprietari. Sotto le armi risultano 61 militari valenzani, mentre in città sono presenti 53 frati e 46 monache. A Lazzarone gli abitanti sono circa 500. La vicina Pecetto ha ben 1.400 abitanti e 12 sacerdoti.

I francesi, reduci da due anni di superviolenza (Terrore, 1792-93), nel 1794 violano la neutralità della Repubblica genovese e il barone Giuseppe Pernigotti, governatore di Valenza, deve attivarsi per ospitare 400 rifugiati Tolonesi provenienti dal Principato d’Oneglia. Mentre la guerra si avvicina, in città s’insediano consistenti truppe austriache, ma il giovane generale Napoleone, nel 1796, con 30 mila repubblicani, avanza rapidamente riportando vittorie su austriaci e piemontesi. Dopo la fragile Pace di Parigi, i francesi ottengono alcune fortezze tra cui Valenza, utile per il passaggio del Po, sfruttata dallo stesso Bonaparte sino alla battaglia di Lodi (ed entrata in Milano, 1796) per minacciare i vicini austriaci, con inusitati effetti di guerra in “stand by” per la nostra città.

La paura fa novanta rimane più che mai d’attualità e la psiche dei valenzani quasi svanisce dalla scena, se non fosse che da ora ha inizio una delle epoche più importanti della storia italiana moderna: quella dell’invasione delle armate rivoluzionarie francesi (1796-1799), dell’effimero tentativo di restaurazione degli eserciti austro-russi (maggio 1799-giugno 1800), della compartecipazione alla politica napoleonica, prima come repubblica, poi come regno satellite, fino alla Restaurazione.

Bonaparte impadronitosi del potere in Francia (novembre 1799), inizia la seconda campagna d’Italia, vince gli austriaci a Marengo (14-6-1800) e riafferma il dominio francese su questo territorio. L’età franco-napoleonica solleva il coperchio del conservatorismo più ottuso e consentirà di edificare un mondo nuovo. L’ingresso nell’orbita francese avrà numerose conseguenze positive anche per Valenza: una visione unitaria del Paese, lo svecchiamento di forme decrepite di costume, un’idea della politica aperta e non più chiusa nel segreto di un gruppo ristretto.

Inizialmente tutti i valenzani si affrettano ad accettare i costumi di Francia, a trovare incantevoli e serie le nuove idee, ma ben presto apparirà che i francesi, grandi appassionati di libertà, non lo sono troppo per quella degli altri. Il diavolo si rende manifesto ad ogni buon conto nei dettagli. I quali non sono pochi.

Nel frattempo, nel dicembre 1798, si forma la “municipalità valenzana” (Dipartimento del Tanaro sino al 1799) di tipo francese: senza piacere a nessuno, o quasi, in pratica non conta nulla. Troppo ammalata di manicheismo, è composta dai cittadini: Angelo Foresti, Pietro Chiesa, Maria Marchese, Giovanni Oliva, Tommaso Richini e Menada; presidente Lebba, segretario La Thuille, sottosegretario Quaglia. Sono quasi tutti gli stessi attori di prima che, con brillanti capriole acrobatiche, adesso recitano un altro copione in un frullato di contraddizioni, gonfie d’ipocrisie trionfalistiche. Non sussiste neppure la brama di dannarsi per una causa in cui pressoché alcuno crede.

Un anno dopo, febbraio 1799, la nuova municipalità, forgiata da due, poco disinvolti, commissari–cittadini organizzatori, del dipartimento di Alessandria, viene rinnovata con Angelo Foresti (presidente), Carlo Biscossa, Fedele Majoli, Marc’Antonio Mazza, Giovanni Antonio Pastore, Tommaso Richini, Francesco Terraggio; segretario Vittorio

Lebba e consegretario Giovanni Battista Quaglia. Nasce rapidamente una crisi strutturale cittadina. Da un lato alcuni borghesi ed intellettuali si schierano a favore del nuovo governo valenzano-francese, scoprendo improvvisamente le virtù dei novelli dominanti che prima erano ignote, o forse sono solo timorosi di perdere i propri privilegi; dall’altro le forze contadine, istigate dal clero locale, danno vita ad un moto reazionario ostile ai francesi che si fa sempre più intenso.

Nel marzo 1799 (entrata con devastazioni dei soldati francesi in città), questa specie d’insurrezione viene momentaneamente contenuta ma non certamente domata. Intanto, mentre Napoleone è in Egitto, si rinnova l’alleanza europea contro la Francia (Austria, Inghilterra e Russia) e riprende la guerra. I francesi sconfitti sull’Adige, sul Mincio e a Cassano dai russo-austriaci si ritirano dalle nostre parti, guarnendo con una catena d’avamposti le colline intorno a Valenza.

Per stanare il generale francese Jean Victor Marie Moreau da queste posizioni il comandante russo Suvorov ordina al generale russo Andrei Grigorevich Rosenberg di assalire Valenza. La battaglia si svolge tra Mugarone e Pecetto dove perdono la vita migliaia di combattenti. Infine, eccitati da frati e preti, anche i valenzani (con un drappello di “Massa cristiana”) insorgono contro i francesi che reagiscono spietatamente; tuttavia, ormai piegati, abbandonano la piazza avvicinandosi alla loro patria (Cuneo, Tenda). Ritornano così per un tempo breve e dannato (maggio 1799-giugno 1800) gli austriacirussi (governatore della città Munkatsij). Cosacchi e Dragoni bivaccano in città. Le cronache ci raccontano di giorni di terrore. Saccheggi, furti, violenze e prepotenze d’ogni sorta. Le donne non si allontanano dalle loro case, le più giovani vivono nascoste. Bande di ladri avveduti si aggiungono alle varie calamità derubando persino i russi. Come sempre, nelle azioni efferate di questi malavitosi vi è frequentemente anche una ribellione alle iniquità che si vedono.

Valenza è stata spogliata dai francesi e ora dagli alleati antifrancesi. Ovviamente, i giacobini locali sono derisi e perseguitati, ma, dopo un anno, la buona sorte muta campo. Napoleone, tornato dall’Egitto, scende impavido dalle Alpi e con una sola battaglia (sempre dalle nostre parti) recupera tutto il Paese che gli Alleati con tanta fatica e con molti sanguinosi combattimenti avevano occupato. Con la vittoria di Marengo (14 giugno 1800), e relativo epinicio, i francesi rientrano definitivamente anche a Valenza (21 giugno 1800), rinvigorendo gli spiriti repubblicani e suscitando speranze ed entusiasmi, tra non poche enfatiche astrazioni illuministiche.

Ma con uno straordinario apparato repressivo, accecati da un’esaltazione d’onnipotenza e con il profumo di nuove tasse.

Il vasto complesso della Villa “La Voglina” di Valenza, una storica magione posta sulla sommità della Colla progettata da Filippo Juvarra (1678-1736), è stato utilizzato da Napoleone come Quartier Generale prima della battaglia di Marengo.

Dal 1802 tutto il Piemonte è unito alla Francia, la Cisalpina assume il nome di Repubblica Italiana. Nel 1804 il Primo Console Napoleone diventa Imperatore dei francesi, nel Palazzo Municipale di Valenza è esposto un registro dove i valenzani danno il proprio voto per l’elezione dell’Imperatore: i sì superano la metà dei cittadini attivi risultanti nel Registro civico. All’incoronazione a Parigi sono presenti con una “comanda” i valenzani Matteo Annibaldi e il colonnello della Guardia Marc’Antonio Mazza.

Intendiamoci, non è una grande città, ma neppure un piccolo centro, questa Valenza francese che finisce all’altezza di via Lega Lombarda - via Mazzini, chiusa tra due valloni a est e a ovest ed il Po a nord, che nel 1801 conta 5.432 abitanti, di cui 3.800 in città e il resto a Monte e nella campagna.

La religione è sempre più flessibile e opinabile. Nell'antico convento dei Francescani, poi dei Domenicani (eretto a fine ‘500 e dedicato a S.Giacomo), è funzionante il Seminario (aperto nel 1788, è una prima vera organizzazione locale di studi) per i chierici (circa 40) di quella parte della Diocesi di Pavia che si trova sotto Casa Savoia, frequentato poi dal 1800 da allievi interni ed esterni (circa 80): principale promotore il vicario Orazio Cavalli, primo rettore don Vincenzo Poli.  Per le susseguenti divisioni della Diocesi, il seminario durerà solo pochi anni (sino al ritorno dei francesi nel 1800) e verrà poi definitivamente soppresso nel 1817, quando Valenza sarà aggregata alla Diocesi alessandrina. Il parroco, dal 2-8-1797, è Francesco Marchese.

Per quattordici anni (1800-1814) la dominazione napoleonica, inizialmente con il Dipartimento di Marengo creato nel 1801, controlla ogni aspetto della vita comunitaria servendosi di una rigida politica d’accentramento burocratico e di sfruttamento imperialistico, imponendo la lingua francese in tutti gli atti e gli impieghi pubblici, riforme legislative, dazi da pagare infinite volte, coscrizione obbligatoria, vincoli e beffarde limitazioni. Dal 1805 il cantone di Valenza fa parte del circondario “arrondissement” di Alessandria.

Mentre il governo francese alimenta il malcontento popolare con i suoi eccessi, il partito “realista” dei monarchici locali fomenta odio e lavora attivamente nella clandestinità. Questa brace che arde permette per di più alla delinquenza di stabilirsi indisturbata nella zona, di organizzarsi e di prendere anche coloriture politiche. In quest’ambiente nasce la leggenda di «Mayno della Spinetta», che diventerà il brigante più celebrato, soprattutto per le dimensioni della sua banda, con notizie non sempre vere ma spesso verosimili.

I segni pubblici della religione sono rimossi, la pluralità è garantita sul piano formale dai codici, mentre sulle ragioni ognuno ha le sue. In realtà, le belle e oneste intenzioni di uguaglianza, fratellanza, libertà stanno per essere soffocate dagli interessi economici dei facoltosi borghesi che vogliono escludere da certi benefici non solo l’aristocrazia ma anche la maggior parte della popolazione valenzana. E’ l’utopia rivoluzionaria che si piega al pragmatismo dell’interesse.

Nel periodo napoleonico, la città è nondimeno privata di diverse opere (la chiesa della Santissima Trinità, utilizzata come ricovero per le truppe, è quasi completamente spogliata dei suoi beni); fra quelle distrutte, primeggia la fortificazione della città con le guarnite porte. E’ lo stesso Napoleone, con una disposizione del 2 maggio 1805, a ordinare la distruzione dei fortilizi (cinta muraria) con lo scopo di procurarsi il materiale per l’ampliamento della Cittadella di Alessandria. Per ragioni tattiche, in quanto servono come protezione contro gli smottamenti del terreno, vengono risparmiati solo alcuni tratti di cinta verso il Po, il bastione della Colombina (del quale restano oggi tratti di cortina, che, franata in parte, ha lasciato in vista la retrostante struttura archivoltata) e la Rocca ormai derelitta, (un eremo diroccato di piccole dimensioni che più avanti, nel 1850, sarà raso al suolo), ubicata nella porzione più alta e meglio difendibile della città (area oratoriale). In passato la rocca era posizionata accanto al castello medioevale (residenza dei feudatari) demolito a metà del XVI secolo.

Il popolo, narcotizzato dalla rapidità delle iniziative con cui si muovono i francesi, teme la costrizione militare e i contadini soffrono le solite spogliazioni effettuate dagli eserciti (fieno, granaglie, vino, animali anche da lavoro). Mentre i tanti preti all’antica, con quel bisbiglio mistico incessante dei bigotti e delle anime pie, spaventati dalle profanazioni e dai troppi miscredenti (e dei pavidi), temono una soppressione del culto. Anche se paiono vituperati nei giorni dispari e corteggiati nei giorni pari.

Soprattutto, però, nel periodo napoleonico la carestia assume in certi momenti punte elevate con malattie e pestilenze; eppure non pochi valenzani interpretano la genesi francese come il più importante anelito di democrazia e libertà.

Le idee anticlericali portate dalla Rivoluzione Francese favoriscono anche episodi stizzosi. In questo clima, viene soppresso il monastero della SS. Annunziata (1802) e la chiesa è affidata alla confraternita di S. Rocco e S. Sebastiano (nel 1835 andrà ai Camilleri e nel 1866, per la seconda soppressione degli enti ecclesiastici, nuovamente alla confraternita di S. Rocco). Scompare il convento e la chiesa dei Cappuccini, il convento di Santa Caterina è liquidato e smembrato (diviso in lotti e venduto a Marchese, Comolli, Foresti e De Cardenas, passerà poi alla confraternita di S. Bartolomeo), quest’opera importante (30 monache e 10 converse, ridotte nel 1801 a solo quattro decane con la badessa Regina Tibalde e la priora) è stata il fiore all’occhiello nel tessuto religioso e sociale di Valenza; molte famiglie nobili o benestanti vi hanno mandato le loro fanciulle. Inoltre, i locali del soppresso convento di San Francesco (1804) sono adibiti ad abitazione, la chiesa a ricovero di foraggio.

Hanno non poche difficoltà anche le settarie e sfuggenti confraternite religiose munite di rispettive chiese, che sono: SS. Trinità, San Bartolomeo, San Giacomo Maggiore, San Rocco e San Sebastiano, San Giovanni Decollato (al cui interno erano tumulati i condannati a morte, nel 1793 è stata trasformata in magazzino militare) e la più antica e rigorosa San Bernardino (sorta attorno al 1500, nel XVII secolo sommava circa un centinaio di confratelli) che ha sempre steso le braccia per accogliere malati e persone allo sbando. Ma lo choc più forte si concreta con la coscrizione obbligatoria voluta dai francesi, la quale toglie una parte della gioventù valenzana dagli studi e dal lavoro mettendo in crisi l’artigianato, l’agricoltura ed il commercio; diversi ragazzi valenzani, la cui età tramonta di colpo, sono mandati a morire in terre lontane, sotto la bandiera straniera. Se questo è il progresso, viva il passato. Quindi, tutto sommato, i valenzani tireranno un sospiro di sollievo quando sapranno di Waterloo.

I sindaci del periodo (con simpatie napoleoniche), o meglio “Maire” alla francese, sono Ricchini dal 1801, Del Pero dal 1806 (Maire aggiunto Annibaldi-Biscossa), De Cardenas dal 1813 (prescelto per rivestire il ruolo di capro espiatorio, se n’andrà sbattendo la porta), Cordara Pellizzari dal 1814 (un ricco funambolo su una corda ormai instabile). Probabilmente servizievoli uomini politici d’occasione ma non casuali, più che conduttori sono elementi d’arredamento, sottomessi in ginocchio ai voleri dei francesi con l’obiettivo di cascare sempre in piedi.

Napoleone, in poco tempo scompare nelle fredde e desolanti pianure russe, nelle quali imprudentemente si è spinto nel 1812. Seguono ancora feroci battaglie, ma alla fine il grande prescelto viene abbattuto. Dopo la caduta del focoso astro imperiale, Napoleone Bonaparte, ed il Congresso di Vienna (che ridisegna gli assetti europei), i sovrani europei ritornano sui troni dai quali erano stati spodestati e dipingono l’Imperatore sconfitto come un orco sanguinario. È l’ora del si salvi chi può, i fedifraghi sono parecchi.

Dopo di che, poiché le sventure non giungono mai sole, Valenza (Mandamento nella Provincia di Alessandria) soggiace non solo alla restaurazione sabauda, ma subisce anche l’insediamento di un Presidio austriaco fino al 1823 (la protezione militare imposta di circa 600 uomini, custodi dell’ordine restaurato dal 1815) che grava, come sempre, sulle spalle dei contribuenti valenzani. Al momento, la popolazione valenzana è di circa 6.400 dimoranti (compresi i 500 di Monte), mentre Lazzarone ha circa 500 residenti.

Ritornano gli anacronismi dell’antico regime, gli abusi legali, i privilegi feudali che mortificano il popolo, il vecchio ordinamento comunale, i vapori d’incenso, i monasteri e il monopolio ecclesiastico sull’istruzione; qualcuno rimette le parrucche, tornano le antiche mode, si dichiarano nulli i matrimoni civili contratti al tempo dei francesi, si vuole ristabilire i vetusti comportamenti, ma questa riapparizione dell’antico non piace più al popolo valenzano imbevuto di principi libertari. E’ il tentativo assurdo di cancellare la rivoluzione e l’età napoleonica, ritornando alla vecchia alleanza fra il trono e l’altare e ad un governo locale chiuso al dialogo e in cerca di se stesso, dominato dalla nobiltà terriera, con un ritorno al vecchiume passato. Ma il trionfo della reazione, dopo gli spiriti repubblicani portati dai francesi, sarà breve.

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