La sinistra a Valenza (sesta parte)
Blog, Cultura & Spettacoli
Pier Giorgio Maggiora  
30 Novembre 2025
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08:23 Logo Newsguard
Il saggio

La sinistra a Valenza (sesta parte)

Ultimo capitolo del ciclo di approfondimenti del professor Maggiora

La sinistra a Valenza (sesta parte)

La Sinistra a Valenza (quinta parte)

VALENZA - Verso la fine degli anni Settanta, il panorama politico italiano era in fermento, e le ripercussioni si avvertivano distintamente…

VALENZA – L’ultimo decennio del Millennio, lungi dal generare un’onda di euforia o di brividi di piacere, si profilò invece come un periodo intriso di tensioni e profonde trasformazioni. In particolare, la scena geopolitica fu dominata dalle azioni degli Stati Uniti, affiancati da alcuni alleati, che intrapresero una serie di interventi militari. Queste guerre, spesso devastanti e con esiti catastrofici, non solo causarono distruzioni indiscriminate, ma portarono anche gli stessi belligeranti a sfiorare la rovina, sia in termini di risorse che di consenso internazionale. Troppo spesso, tali conflitti si rivelarono inutili fin dall’inizio, con obiettivi ambiziosi di «esportare la civiltà» e «diffondere la libertà» che si scontravano con la cruda realtà. La democrazia, per quanto un valore fondamentale per molte nazioni occidentali, non è, né può essere considerata, un principio universale né tantomeno assoluto, valido indistintamente per ogni cultura e ogni società.

Questa lezione, impartita con il sangue e il dolore, si sedimenterà lentamente nella coscienza collettiva, aprendo un dibattito ancora oggi irrisolto sulla legittimità e l’efficacia dell’ingerenza esterna. Parallelamente a questi tumulti internazionali, l’Italia si preparava ad affrontare una delle sue crisi più profonde e dolorose: l’imminente scoppio di Tangentopoli. Questa inchiesta giudiziaria di proporzioni epocali avrebbe svelato al mondo intero la vastità e la pervasività della corruzione annidata negli ambienti politici. Quella che per il popolo era la sintesi di ogni vizio e la radice di ogni malcontento, la corruzione, sarebbe stata finalmente portata alla luce del sole e sottoposta al giudizio della magistratura.

Le conseguenze furono dirompenti e irreversibili: i principali partiti di governo dell’epoca, il Partito Socialista Italiano (PSI) e la Democrazia Cristiana (DC), che avevano dominato la scena politica per decenni, sarebbero stati travolti da un’ondata di scandali e indagini. Con loro, i loro leader carismatici e potenti, figure che avevano plasmato la storia recente del paese, sarebbero stati costretti a uscire di scena, spesso con l’onta della condanna o della vergogna pubblica. Questo terremoto politico avrebbe portato alla dissoluzione del vecchio sistema politico, un’architettura complessa di alleanze, equilibri e compromessi che aveva retto l’Italia del dopoguerra.

I partiti «laici minori», che avevano gravitato nell’orbita dei due giganti politici, si sarebbero ritrovati senza punti di riferimento, scomparendo progressivamente dalla scena politica o ridimensionandosi drasticamente, incapaci di adattarsi al nuovo panorama che si andava delineando. La fine del Millennio, quindi, non fu un placido scivolare verso un nuovo inizio, ma un vero e proprio spartiacque, un periodo di profonde lacerazioni e di dolorose, ma necessarie, riforme che avrebbero ridefinito l’identità politica e sociale dell’Italia

A Valenza, dopo il congresso comunista del febbraio del 1990 con le tre mozioni – Occhetto per la svolta, Natta-Ingrao per non rinnegare il passato, Cossutta più ortodossa – nel sottofondo si profilò uno scontro vero, gravido di tensioni e di conseguenze. Secondo il nuovo cliché, il congresso locale aveva visto prevalere gli occhettiani (Buzio, Bertolotti, Ghiotto, Lenti, ecc.), ma a occupare i posti che contavano erano stati i più restii al cambiamento, quelli che credevano meno alla «cosa» (Ravarino, Pistillo, Borioli, Tosetti, ecc.), anche se, a giochi fatti, si era cercato di mantenere una certa unità.

Il 3 febbraio 1991, a Rimini, a conclusione del XX Congresso del PCI, Occhetto e la maggioranza dei delegati sancivano definitivamente il cambio del nome e del simbolo del partito in PDS (Partito Democratico della Sinistra), sostituendo la falce e martello con una quercia alla cui base restava il simbolo rimpicciolito del PCI.

La scelta, col travaglio psicologico che l’accompagnava, percuoteva una certa schiera di militanti o simpatizzanti valenzani. In realtà, gli uomini di via Melgara si potevano dividere in tre gruppi: gli entusiasti (come esempio negativo del concetto marxiano), i critici con moderazione (per ragioni di compattamento interno) e quelli che vivevano la nuova «cosa» di Achille Occhetto come un rospo da ingoiare e che non aspettavano altro che la frana (Cassandre ininfluenti con sussulti di indignazione).  Nel partito continuava la moria di iscritti, c’era qualche lampo di rosso antico con posizioni discordi, a volte una opposta all’altra, ma, intanto, la lista del PDS per le comunali del 1991 veniva completamente stravolta: via la vecchia guardia con l’aria mesta e frastornata di chi ha preso una facciata contro un muro, quello di Berlino, e via anche qualche giovane leoncino già spelacchiato, meno preparato dei suoi predecessori.

La lista dei candidati veniva costituita all’insegna del rinnovamento e al suo interno erano presenti soltanto 6 dei 13 consiglieri della passata legislatura. Lasciavano alcune personalità locali perbene, competenti ed efficienti, ma di stampo antico, sicuri di sé senza il problema di apparire, quali Ravarino (solerte e impavido protagonista d’innumerevoli battaglie in consiglio comunale), Capra (carismatico assessore di lungo corso), Piacentini (ex sindaco negli anni Sessanta, il più grande ma non se ne accorsero), Amisano (l’arcidemocratico medico amico), e poi Campese, Ariotti, Leoncini. Tra le candidature al consiglio comunale erano presenti molti membri del comitato direttivo: il segretario Bove, Tosetti, Buzio, Bosco, Di Pasquale, Legora, Mensi, Siepe e Terzago.

Con un’età media di 37 anni, era un rinnovamento generazionale e dalla consistente presenza femminile (9 su 30). La lista ospitava anche alcuni non iscritti, quelli che un tempo si chiamavano «indipendenti», sacrificati senza troppi problemi o rimorsi. La testata era composta dai tre «big»: Paolo Ghiotto, capogruppo uscente, Francesco Bove, segretario locale del partito, e Germano Tosetti, già presidente dell’USSL71.

Il partito aveva il supporto di un’interessante e tecnicamente rilevante emittente radiofonica locale: Radio Gold International, acquistata a fine 1990. Una radio comunitaria, che si definiva progressista e di sinistra, non di partito, il cui artefice e conduttore era Renato Lopena. Tutto era concentrato e sistemato nel complesso «Valentia» di via Melgara: sala da ballo, sede del partito, circolo Palomar, con dibattiti e frequentatissimi concerti, e, più avanti, anche Radio Gold Valenza, che prima stava in via Mozart alla sezione PCI Emanuelli.

Da un’indagine fatta tra i sostenitori pidiessini valenzani del febbraio 1991, sui motivi per cui erano iscritti al partito, emersero i seguenti dati: il 3% rispose perché è il partito della classe operaia (5 anni prima era il 7%), il 15% perché è la forza più democratica (5 anni prima era il 20%), il 27% perché il partito vuole cambiare la società (nel 1986 era il 29%) e il 38% perché il partito lottava per ideali di giustizia e di uguaglianza (nel 1986 era il 28%).

L’elezione comunale del 12 maggio 1991 era a ridosso della crisi di governo e diventava una prova importante che la sinistra locale non voleva certo snobbare, però l’esito sarà favorevole solo alla Lega.

Nessuno aveva previsto il terremoto che emerse. Il neonato PDS ex PCI subì una sberla perdendo 4 seggi, mentre la usuale DC contenne la perdita a un seggio. Ma, inaspettatamente, DC e PDS, dissimulando un tonfo in un trionfo, definirono un’alchimia che portò alla divisione delle poltrone e, per parecchi, anche alla lottizzazione delle coscienze: non si era mai vista una conversione più rapida. La vulgata popolare sostiene che il nostro paese è bello perché è vario, ed è proprio verosimile.

Dopo decenni di baruffe e atteggiamenti conflittuali, avvinti dal medesimo contagio e costretti con «profondo e coerente sentimento di realismo socialista e per cristiana rassegnazione democristiana», il 3 luglio 1991, condita da tanta ironia, veniva ufficializzata l’alleanza innaturale, ma al momento necessaria, tra i mangiapreti e i baciapile con un insolito copione scritto. Per i primi due anni e mezzo, veniva eletto sindaco Mario Manenti, il primo sindaco democristiano della città e monopolizzatore di preferenze. Egli poi doveva scadere tipo yogurt e, successivamente, veniva sostituito nell’incarico dall’ex comunista, ora pidiessino, Germano Tosetti, vice sindaco e assessore al bilancio nel primo scorcio.

Erano uomini di partito, monumenti sacri che mangiavano pane e politica sin dallo svezzamento e con il carisma e la competenza per condurre la città in modo innovativo. Erano perciò portati in trionfo anche da coloro che li avevano odiati per decenni.

Poi, angosciati dall’emorragia di voti persi, nel congresso del giugno 1995 veniva alquanto rinnovato il «Politburo» locale (un potere logistico vecchio, troppo conformista e burocratico) lasciando da parte spiegazioni e congetture, soprattutto perché i paradossi abbondavano. La nuova guida del partito della quercia diventava Enrico Terzago (un onesto e giovane dirigente) che era subentrato al segretario uscente Daniele Borioli (un talentuoso di notevole spessore diventato vice presidente della Provincia).

Nel paese, nei primi anni Novanta, i socialisti erano sommersi d’avvisi, Craxi di monetine (Il 30 aprile 1993 all’uscita dell’albergo romano), e in giro non si trovava più un craxiano o un democristiano del CAF. Quelli valenzani, a seguito del declino del partito e delle inchieste giudiziarie del periodo, davano inizio alla frammentazione e alla diaspora in varie nuove formazioni politiche, facendo affidamento sul motto napoletano «scurdammoce o passato».

Era vero che lo sconquasso dello PSI fino a sparire nel 1994, la frantumazione della vecchia DC, tanto da ridursi a «cespugli» vari, spesso senza prospettiva politica, avevano complicato le cose, soprattutto in soggetti poco avvezzi alla politica variamente declinata e, particolarmente ammaccata dalle urne. Mancino conduceva la segreteria dello PSI valenzano, con lui agivano soprattutto Cantamessa e il capogruppo nel Consiglio comunale Zanotto che nel 1994 dava le dimissioni, intensificando un’atmosfera già surriscaldata, e gli subentrava Stanchi. Ma ben presto anche questi, come diversi altri compagni della prima ora, veri o finti, prendevano altre vie con sacrosanta frustrazione e conseguente effetto armata Brancaleone in disarmo.

Ormai ci si preparava per le elezioni comunali del 1996, le prime con la nuova legge elettorale. Si votava direttamente per un sindaco che, se vincitore, avrebbe ottenuto per la sua maggioranza il 60% dei seggi del Consiglio comunale. Altra modifica importante era il taglio dei seggi in Consiglio. Per i Comuni come Valenza, tra i 10 mila e 30 mila abitanti, se ne cancellavano 10 su 30. Gli eletti diventavano quindi venti.

Tosetti, assecondato con amorevole premura, come l’uomo della provvidenza, riusciva ad affermarsi vistosamente. Ma erano sempre meno quelli che credevano ai politicanti ed era sempre più difficile ingannare con la parola la verità dei fatti.

Nel marzo del 1997 veniva eletta la nuova segreteria del PDS cittadino alla cui guida era nominato Ciro Pistillo, coadiuvato da Monia Barrasso, con un groviglio di frustrazioni e ambizioni represse per la composizione del nuovo direttivo.

Il partito era teso a rafforzare l’organizzazione in città, con la volontà di promuovere la creazione dell’Ulivo a livello locale e ricucire il dialogo con alcune altre forze politiche valenzane. Mancava però l’impegno delle generazioni più giovani, era quasi disertata la vita del partito, molti esponenti passati erano spariti, ma alcuni permanevano. L’élite locale non riusciva ancora a realizzare una coraggiosa discontinuità aprendosi a soggetti che avevano una storia diversa da quella comunista, superando, in tal modo, la diffidenza che una parte significativa dell’elettorato valenzano manteneva nei suoi confronti.

I figli del vecchio partito comunista di Gramsci e Togliatti, avevano messo da parte certi toni trionfalistici, ma non avevano fatto un riconoscimento degli errori e dei crimini mondiali (Gulag sovietici, campi di lavoro e di rieducazione cinesi o cambogiani, tostadores cubani). Semplicemente avevano lasciato cadere il discorso, si stavano distaccando dal comunismo più col silenzio che con la condanna di un movimento mondiale messianico e salvifico sopra un cumolo di morti. Tutti dissociati e nessuno pentito.

A distanza di un anno il segretario PDS Pistillo presentava le dimissioni e, nell’impossibilità di procedere alla nuova nomina, veniva assegnata la direzione del partito a un gruppo di sette ufficiali di complemento coordinati dal sommo attempato cantore Giovanni Bosco, tenutario pro tempore e in comodato d’uso. Egli, ancora grondante di adrenalina, oltre che di competenza, condurrà questa fase di transizione che porterà all’assemblea per il rinnovo delle cariche.

Ma il partito locale, che aveva ereditato il patrimonio storico e ideale della forte segreteria del PCI, non sembrava per ora in grado di esprimere una nuova segreteria. C’erano molta confusione e disaffezione, con poco impegno nei più giovani. Al vecchio militante comunista sembrava all’inizio una barzelletta e dopo quasi una sciagura.

Nell’assemblea del 27-28 maggio 1998 veniva infine eletto il nuovo Direttivo del PDS valenzano, che risultava così formato: Barrasso, Barbero, Battezzato, Bertolotti, Borioli, Bove, Buzio, Buzio, Di Carmelo, Gatti, Ghiotto, Lopena, Monaco, Oddone, Pretto, Ruzza, Siepe, Silvestrin, Tosetti. La conferenza d’organizzazione approvava un documento che doveva rappresentare la traccia per il nuovo gruppo dirigente. Comprendeva l’accelerazione della formazione di una nuova casa comune della sinistra riformista, con la nascita e il consolidamento dell’Ulivo e con la solita voglia di aiutare i più deboli. Forse un tardivo risveglio, per le maniere avulse dal controllo popolare esercitate, sino a presentarsi come un organismo tecnocratico che, celando un preconcetto ideologico, sapeva sempre cosa era giusto fare senza chiederlo al suo popolo.

All’inizio del 1997 nella maggioranza in Comune si costituiva un nuovo raggruppamento sinistrorso: i Verdi. I naturalisti che sostenevano tutto e il contrario di tutto, infiammati dalla passione, si erano divisi tra Montecchi e Capuleti. La nuova compagine consiliare, formata dai leader Libralesso e Natale, confusa nel leggere la realtà senza pregiudizi, sfiduciava l’assessore Santangelo. Una faccenda in debito con il buonsenso, che evidenziava alcune contraddizioni, mai del tutto chiarita.

Nelle sue pieghe più rosse del panorama politico locale, si registravano risultati elettorali degni di nota per Rifondazione Comunista, erede di una corrente ideologica che non era aderita al cambiamento di rotta del Partito Comunista Italiano nel gennaio del 1991. Questa formazione politica, ancorata al suo codice genetico e a simboli tradizionali come la falce e martello, aveva saputo raccogliere consensi, raggiungendo quasi l’8% delle preferenze.

Conducevano il gruppo, che aveva atteggiamenti conflittuali come una piccola Sparta social comunista, Garavelli, Deagostini e Ruzza. Dopo Gino Garavelli, i segretari locali in questo decennio saranno Massimo Barbadoro (1994-1995), Eraldo Benvenuti (1995-1998), Enzo Pomillo (1999-2001). Qualcuno sarà anche costretto a rimangiarsi e rifondare quello che aveva detto nella precedente vita. Questo partito diventerà poi il regno del sagace Salvatore Di Carmelo.

Dopo la scissione nel PRC del 1998 – guidata da Cossutta durante la crisi del governo Prodi I, che portò alla nascita del Partito dei Comunisti Italiani (PdCI) – sorse il problema della rappresentanza in giunta dove Rifondazione aveva perso il suo assessore Massimo Barbadoro, passato al PdCI di Diliberto.

I principali fondatori locali del nuovo PRC anticasta furono Garavelli e Di Cicco. Poi, all’inizio del 1999, i veri «rifondatori del comunismo», quelli che consideravano ancora il profitto alla stregua di una ruberia, assistevano attoniti alle vertiginose aperture dei DS ai popolari i quali, giocando di sponda, chiesero al sindaco di disconoscere programmi e alleanze scaturite alle vittoriose elezioni del 1996. Finché, nel luglio 1999, dimostrando un percorso di «irreprensibile coerenza», veniva costituita una nuova maggioranza con l’uscita di Rifondazione Comunista e con l’ingresso in giunta del popolare Raselli e del socialista Bologna che avvicendavano Lenti e Barbero, dimissionari per necessità di alleanza con aura di compiacenza diplomatica. Ultimo capitolo di un romanzo politico iniziato una decina di anni prima.

In quegli ultimi anni del Novecento sparivano anche alcune figure intellettuali fastidiose di estrema sinistra orbitanti ormai nel nuovo vuoto politico e che, forse, non amavano più quel certo platonismo.

Il nuovo secolo, il Duemila, si profilava all’orizzonte offuscato dall’ombra minacciosa dell’incubo e del panico del terrorismo, una piaga globale che seminava paura e instabilità. A Valenza molti ideali politici erano ormai crollati e la religione non esisteva quasi più, con alcune chiese ridotte a catacombe dove anche Dio misericordioso avrebbe stentato a riconoscerle. Poco illuminati dal buon senso, la devastazione selvaggia della vecchia società ce l’eravamo in ogni caso prodotta da soli. Purtroppo è un’amara verità, al di là della fuffa propagandistica non dichiarata, ma chiaramente desumibile.

Il 16 aprile 2000 i valenzani erano richiamati alle urne per l’elezione del nuovo Consiglio regionale, per il rinnovo del Consiglio comunale e per lo scranno principale a Palazzo Pellizzari. Germano Tosetti, che ormai ballava quasi da solo, puntava a ottenere nuovamente il mandato per guidare la città: era la vittoria più scontata, pur se costretto a mercanteggiare con gli alleati. Uniti per calcolo elettorale e non certo per vocazione, veniva appoggiato dai DS, dai Verdi, dai Comunisti italiani, dai Democratici, da “Per Valenza” Centro popolare riformista (un «campo» molto largo e instabile).

Egli era un rubacuori nell’elettorato del centro destra, ma, in questi anni, dietro il «feudatario» c’era stato sempre meno ceto dirigente: molti erano ormai politici per caso, parecchi addestrati da partiti che non esistevano più o con percorsi ideologici quantomeno discutibili, in maggioranza di matrice furbo-progressista che odia la ricchezza che non sia la propria. Non sembrava felice la scelta dei giullari di corte a selezione ideologica, ma quella degli avversari era certamente infallibile.

La fortuna di Tosetti, già proprietario di una solida preparazione politica, era sempre la stessa, enorme: l’opposizione appassita che si ritrovava. L’esito del voto fu principalmente il frutto di modelli snaturati senza scossoni e senza giacobinismi, dove alcuni comunisti di ritorno o da sbarco, troppo inclini ad applaudire santi e peccatori, si erano tenuti nella penombra.

Passeranno pochi mesi e il mondo si fermerà a guardare un’angosciante diretta televisiva: quella dell’11 settembre 2001 a New York, dove due aerei dirottati da terroristi si schianteranno contro le Torri Gemelle, facendole crollare. Ricominceranno le guerre per il mondo, sempre a nome dell’orwelliano bene comune.

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