I nostri confini
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I nostri confini

Possiamo costruire un muro lungo ottomila chilometri per impedire ai migranti di sbarcare, o per sentirci sicuri da attacchi, interferenze, pressioni, costrizioni? Può un muro, materiale o metaforico, tenere il mondo fuori della porta? Possiamo pretendere aiuti, tolleranza, comprensione e restituire egoismo e disinteresse?

Possiamo costruire un muro lungo ottomila chilometri per impedire ai migranti di sbarcare, o per sentirci sicuri da attacchi, interferenze, pressioni, costrizioni? Può un muro, materiale o metaforico, tenere il mondo fuori della porta? Possiamo pretendere aiuti, tolleranza, comprensione e restituire egoismo e disinteresse?

OPINIONI – Quando si trattava della propria sicurezza, sia che si trattasse delle avvisaglie di una nuova pestilenza, che di potenziali pericoli alla navigazione delle sue navi, la Serenissima Repubblica di Venezia spostava metaforicamente i propri confini nazionali, arrivando a organizzare una rete informativa che andava fino a dove le sue navi potevano giungere. I comandanti trasmettevano in patria ogni notizia utile e l’arrivo di una nuova pestilenza era annunciato con largo anticipo. La prima difesa era affidata all’informazione. Così hanno fatto anche gli Inglesi e gli olandesi quand’erano grandi potenze navali.

Nell’attuale situazione politica-militare mondiale, i confini italiani sono necessariamente molto al di là di quelli naturali. L’idea di difendere il paese difendendo i confini politici è obsoleta e inefficace, quella di rinchiudersi nei propri spazi, politici, culturali, economici e militari, è ciecamente stupida. Il mondo è globale, di globalità viviamo noi come gli altri paesi. Volerne uscire è dannoso e, soprattutto, impossibile, come negare la forza di gravità. Oggi si vive di connessioni, siano economiche, informative, di movimento. Chiudersi non serve ed è deleterio.

Non possiamo guardare a quanto sta accadendo al di là dei nostri confini, siano l’Ucraina, la Lituania, la Libia o l’Iraq come a qualcosa che non ci riguarda. Perché gli interessi italiani vanno ben oltre i confini nazionali, arrivano là dove siamo connessi, cioè ovunque nel mondo. Difendere il paese significa sventare pericoli (economici, monetari, militari, terroristici) anche molto lontani, ma tutti in grado di peggiorare la nostra vita.

Possiamo costruire un muro lungo ottomila chilometri per impedire ai migranti di sbarcare, o per sentirci sicuri da attacchi, interferenze, pressioni, costrizioni? Ottomila chilometri sono tanti, costituiscono la lunghezza dei nostri confini nazionali, al di là c’è il mondo, ci sono le materie prime, i paesi con i quali commerciamo, dove vendiamo i nostri prodotti, con i quali scambiamo ogni microsecondo milioni di informazioni. E ci sono anche i nemici: i produttori di droghe, i mercanti di esseri umani, i tycoon finanziari e le loro vittime: i migranti, i bambini sfruttati, le donne schiave sessuali, i minatori africani e gli operai dei cantieri dove si smantellano navi piene di sostanze velenose. E gli altri stati, alleati, amici, partner, concorrenti.

Può un muro, materiale o metaforico, tenere il mondo fuori della porta? Possiamo pretendere aiuti, tolleranza, comprensione e restituire egoismo e disinteresse?

In questi giorni di guerra si parla abbastanza poco dei soldati italiani impegnati in missioni all’estero. Quando se ne parla si mette in chiaro un concetto: “non stanno combattendo.” Un’affermazione azzardata, che ha lo scopo di rassicurare, ma che non convince nessuno. Forse non stanno combattendo, ma stanno rischiando le loro vite e, quasi certamente, combatteranno. Perché sono militari e i militari vanno in giro armati proprio per questo. Gli elicotteri italiani schierati in Iraq sono adibiti al recupero dei feriti, ma sono difesi da altri elicotteri, questa volta d’attacco.

La realtà attuale è complessa, difficile da interpretare anche per chi di mestiere faccia l’analista politico, economico o militare. Di certo sappiamo che non possiamo più utilizzare le categorie di un tempo passato, nel quale il nemico vestiva uniformi diverse dalle nostre e stava al di là di una frontiera certa (relativamente: proprio per modificare le frontiere si è combattuto per secoli).

Oggi la globalità obbliga a utilizzare schemi di pensiero complessi, svincolati il più delle volte da categorie alle quali siamo abituati. Gli stessi stati nazionali sono oggetto di mutazioni epocali e la storia contemporanea assiste al grande ritorno delle antiche città stato, spazzate via dalla Pace di Vestfalia del 1648. Il nostro modo di pensare la geografia politica data da quell’anno. Non sarà facile abituarsi a quello nuovo che sta nascendo. Ma certamente sarà inutile e deleterio restare attaccati a quello vecchio.

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