Atto di potere
Omicidio di possesso è la più recente definizione criminologica di quello che tutti ci siamo abituati a chiamare femminicidio. Un omicidio compiuto quando il maschio ritiene di essere defraudato di una cosa che gli appartiene. Una cosa, non una persona
Omicidio di possesso è la più recente definizione criminologica di quello che tutti ci siamo abituati a chiamare femminicidio. Un omicidio compiuto quando il maschio ritiene di essere defraudato di una cosa che gli appartiene. Una cosa, non una persona
OPINIONE – Omicidio di possesso è la più recente definizione criminologica di quello che tutti ci siamo abituati a chiamare femminicidio. Un omicidio compiuto quando il maschio ritiene di essere defraudato di una cosa che gli appartiene. Una cosa, non una persona. La donna colpevole di questo atto intollerato di fuga dal proprio padrone è colpevole di averlo ferito nel profondo e ciò è talmente grave da dover essere sanzionato con la morte. Niente di più distante dal raptus così frequentemente invocato come causa prima dell’assassinio da parte dell’assassino. Costui ammette di aver ucciso, ma afferma di non aver voluto uccidere. Semplicemente è stato più forte di lui.
Domanda: che cosa è stato così forte da travolgere le dighe poste dal tabù dell’uccisione di un proprio simile? Poiché un tabù di questo tipo esiste e non perde forza nemmeno in guerra. Contrariamente all’efferatezza cinematografica è un fatto molto raro che un soldato, in combattimento, spari per uccidere. Anzi, studi complessi e approfonditi hanno dimostrato che solo una piccolissima minoranza dei militari coinvolti in un combattimento ha sparato mirando all’avversario. Invece un maschio adulto, spesso definito un buon collega di lavoro o un vicino di casa molto collaborativo, usa la violenza fisica, spingendosi fino all’omicidio, verso la donna che dice di amare. Tanto da non poter vivere senza di lei e, infatti, la uccide. Solo talvolta uccide se stesso. In alcuni casi uomini adulti hanno ucciso le proprie mogli dopo la nascita del primogenito, identificato evidentemente come l’agente che ha sottratto la donna dal dovere primario di sposa. Aberrazioni, certo, ma ogni volta che un fatto di questo genere accade ci si chiede cosa stia alla base dell’uccisione violenta della donna, moglie o fidanzata che sia.
L’amore, è evidente, non c’entra nulla. Non si uccide la persona che si ama se non, talvolta, per risparmiarle dolori e sofferenze. Ma si uccide perché ci si sente defraudati di un presunto diritto. Per possesso, quindi, ma anche per riaffermare davanti al proprio ego e al mondo il proprio buon diritto a “rimettere le cose al loro posto”. Il femminicidio è un atto di potere, l’affermazione del potere assoluto del capo branco di sanzionare, se necessario con la morte, quel componente della tribù che ha osato ribellarsi al suo volere.
Non c’è raptus, ma violenza bestiale. Non è un atto esagerato, andato oltre la volontà, ma al contrario la precisa, puntuale, doverosa affermazione del proprio predominio. La mascolinità intesa come potere su un’altra persona. La morte intesa come unica punizione adeguata all’affronto, in una logica barbarica o, se si preferisce, da branco. E il branco, si sa, è cosa pericolosa, regolata da regole ferree, da gerarchie rigide, dal predominio di uno sugli altri.
No, l’amore non c’entra niente. L’errore nemmeno. Questo si voleva e questo si è fatto.
Il piagnucolio che viene dopo, quando ci si scopre in manette, è pura scena, fatta ad arte per accreditare la tesi della non volontarietà. Ma non è vero: quel maschio della specie umana voleva affermare un possesso e, insieme, il diritto a sanzionarlo, dimostrando così che il proprio potere, quello di regolare la propria vita e quella delle persone che gli sono sottoposte, benché vilipeso, non ha cessato di produrre effetti.
Si può invocare la semi infermità mentale? Sì, se fosse un fenomeno così raro da risultare inspiegabile, no quando si scorrono le statistiche. Un atto di potere non può essere né casuale, né involontario.
Quindi va punito per quello che è. Ma la punizione, anche se giusta, non ridà la vita alla vittima.
Bisogna prevenire e per farlo con efficacia occorrono servizi sociali in grado di supportare le famiglie e le donne in difficoltà. Perché un maschio così non è raro e non si cela. Se lui è il padrone, lo dà continuamente a vedere con atti, comportamenti, parole. Lo si vede e lo si può fermare se non si lasciano da sole le donne ad affrontare una situazione terribile, psicologicamente e fisicamente insostenibile. E se la scuola, fin dall’inizio, svolge il compito fondamentale di educare al rispetto reciproco e al rifiuto delle discriminazioni di genere.