Il fattore D
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Il fattore D

Le donne rappresentano nella società italiana, come in quella di tutta Europa, una componente essenziale e irrinunciabile nella sua eguaglianza di genere, esistente di diritto e di fatto grazie alle lotte e alla progressiva presa di coscienza di un’alterità paritaria, in grado di generare cultura e coesione sociale

Le donne rappresentano nella società italiana, come in quella di tutta Europa, una componente essenziale e irrinunciabile nella sua eguaglianza di genere, esistente di diritto e di fatto grazie alle lotte e alla progressiva presa di coscienza di un?alterità paritaria, in grado di generare cultura e coesione sociale

OPINIONI – Da tempo, insieme con molte persone, andiamo sostenendo la necessità di avviare processi di integrazione fra etnie diverse abitanti in Italia, fondati sulla contaminazione culturale, sull’accettazione, cioè, dell’ipotesi del mutuo rispetto delle alterità come strumento di convivenza positiva.

Non condividiamo le farneticazioni di coloro che si ostinano a vedere nelle comunità di origini non italiane un pericolo per la nostra cultura, il nostro modo di vivere e le nostre tradizioni. In realtà, per quanto rivolta genericamente a tutte le etnie dimoranti in Italia, la ricerca spasmodica di diversità “pericolose” è rivolta essenzialmente verso le comunità islamiche, più diffuse e più visibili delle altre. Il velo portato dalle donne di religione islamica costituisce l’elemento comune di un rifiuto più epidermico che ragionato, simbolo evidente non solo di appartenenza religiosa, ma anche al gruppo familiare e sociale di provenienza.

La questione del velo è emblematica di una difficoltà che tocca molti aspetti del rapporto fra culture, la nostra e quella islamica. Negarla o sminuirne l’importanza significa negare una realtà che è davanti agli occhi di tutti. Né può essere ridotta alla dicotomia fra “scelta imposta” e “scelta volontaria”, in sé corretta, ma non in grado di stimolare approfondimenti e, se necessario, mutamenti di passo.

Intanto è difficile valutare il grado di volontarietà di un atto che è previsto, atteso e valutato dalla comunità di cui si fa parte. Se la comunità ritiene che portare il velo sia un atto dovuto, cioè che il velo non sia una parte dell’abbigliamento, ma una sorta di divisa che identifica la componente femminile della comunità stessa, il peso di una simile opinione può finire per travalicare i limiti della libera scelta personale, alla base invece del nostro modo di sentire e delle nostre stesse leggi che siamo chiamati a rispettare e a far rispettare.

Bisogna allora vietarlo? Molti ritengono di sì, ma ciò significherebbe contrastare non solo l’eventuale coercizione, ma anche la sempre possibile libera scelta. E ciò costituirebbe per l’appunto una violazione delle nostre norme giuridiche.
Si tratta di una contraddizione evidente e, a ben vedere, di un atto sostanzialmente coercitivo e violento. Una violenza per evitarne un’altra. Ovviamente si tratterebbe di un atto ingiusto e, quindi, inaccettabile eticamente, giuridicamente, politicamente.

Ma la contraddizione resta comunque e va risolta in un modo rispettoso delle leggi e delle norme consuetudinarie di ciascuno degli attori. Intanto cominciando dal mettere in discussione la stessa enunciazione del problema che, nella sostanza, richiama l’antica visione del ruolo sociale della donna: soggetto debole, bisognoso di tutele speciali, sorta di specie protetta per generosa scelta della parte più avanzata della società, i maschi democratici.

Qui sta il problema. Le donne rappresentano nella società italiana, come in quella di tutta Europa, una componente essenziale e irrinunciabile nella sua eguaglianza di genere, esistente di diritto e di fatto grazie alle lotte e alla progressiva presa di coscienza di un’alterità paritaria, in grado di generare cultura e coesione sociale. Quel tanto che basta per ritenere il ruolo delle donne italiane fondamentale e necessario non solamente nella vita quotidiana del Paese, ma anche nella programmazione del futuro e, ovviamente, anche nella costruzione di quel processo di contaminazione che riteniamo fondamentale e urgente.

Le donne sono state capaci di sconfiggere la cappa giuridica, culturale, comportamentale, esistente nel nostro Paese, quella della discriminazione di genere, difficile da combattere perché trasversale, familista, di gruppo, estesa a tutti gli strati sociali. Ci sono riuscite costruendo un sistema di aiuto reciproco tendente a supportare tutte le donne nei loro tentativi di superamento delle costrizioni imposte, a motivare quelle scelte spontanee che, se lasciate sole, avrebbero generato delusione, dolore, solitudine. Il gruppo sociale avrebbe assorbito i colpi e non avrebbe cambiato atteggiamento.

Curiosamente, ma non tanto, potremmo rifare il discorso anche rispetto alla condizione delle donne appartenenti a comunità che, pur vivendo nel nostro paese, continuano a seguire usi e costumi propri delle loro culture. Esistono donne che vivono in Italia da anni e non ne conoscono la lingua, chiuse di fatto in casa a badare ai figli e alla conduzione domestica. Donne che non portavano il velo, ma che sotto la coercizione crescente del gruppo hanno dovuto indossarlo e che, per questo, attraversano le strade delle nostre città con la paura, tutte le volte che un delinquente fa saltare una bomba in qualche parte del mondo, di essere oggetto di insulti, aggressioni verbali e perfino fisiche. Che non possono salire sull’autobus con i passeggini dei bambini. Che vengono viste con sospetto pur essendo vittime e non artefici di soprusi.

Non credo che le donne italiane debbano restare in silenzio di fronte a tutto ciò. La loro libertà, conquistata attraverso lotte e difficoltà di ogni tipo, ha generato un metodo fatto di aiuto reciproco, di solidarietà militante. Loro possono aiutare quelle altre donne, brave, capaci, intelligenti e fornite di spirito di iniziativa, che tengono in piedi le famiglie delle quali fanno parte e che non meritano una posizione subordinata e l’assenza sistemica di quei diritti individuali riconosciuti alla comunità nazionale dalla Costituzione e dalla tradizione democratica italiana.

La contaminazione, che garantisce crescita democratica, può e deve seguire strade alternative, coraggiose e fantasiose. Quel coraggio e quella fantasia che le donne hanno dimostrato di possedere e che rende la nostra società viva e produttiva.

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