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Sono inciampato nelle mie radici, gli antenati, la famiglia, gli archivi, la biblioteca, i libri, le persone che amo e quelle che mi amano, quelle che non ci sono più, ma alle quali posso parlare anche se non mi sentono

Sono inciampato nelle mie radici, gli antenati, la famiglia, gli archivi, la biblioteca, i libri, le persone che amo e quelle che mi amano, quelle che non ci sono più, ma alle quali posso parlare anche se non mi sentono

OPINIONI – Giorno dei Morti meno due. Bisogna andare al cimitero, cambiare i fiori, verificare la lux perpetua se funziona, accorgersi che non solo non ho fatto cose che mi ero ripromesso solennemente di mettere a posto, ma che ho lasciato passare un anno intero (!) prima di ritornare in quel posto verso il quale i legami sembrano divenire, di volta in volta, sempre più fragili. In fretta si comprano i fiori, in fretta si cerca di ricavare uno spazio libero fra gli impegni di lavoro, in fretta si va, armati di fiori, un po’ di verde per adornare i fiori, bottiglia dell’acqua per bagnarli, forbicioni per accorciarli, stracci e detersivo per pulire le lapidi.

La speranza è di arrivare quando è ancora presto, ma in un paese è presto quando è ancora notte e le nove meno dieci del mattino sono tardi. C’è già gente e le lunghe scale su ruote che servono per ascendere alle file più alte sono occupate. Non conosco nessuno e nessuno conosce me. Il rapporto è a senso unico: io e i genitori, i nonni, il fratellino, qualche parente che so a malapena chi fosse. Faccio tutto abbastanza bene, in fretta. Una signora gentile mi rivolge un sorriso, altri si limitano a gentilezze formali che, oggigiorno, sembrano imprevisti doni degli dei. Finisco in meno di un’ora, un bel risultato per sette tombe. Ho trovato anche il tempo di parlare, mentalmente per evitare di essere guardato male, con i miei morti, certo che non potranno sentirmi, ma la cosa serve a me e la faccio sempre, come quasi tutti al mondo. Esco in fretta e vado fino al paese.

Cerco la panetteria della quale ho assaggiato il pane a casa di mia figlia, che abita in un altro paese. Sono appena entrato nel negozio e mi metto in coda dietro alcune signore, quando la porta si apre alle mie spalle e una voce femminile dice dalla porta dietro di me: “Scusi”, mi volto, è la signora gentile del cimitero. Esco, incuriosito. Mi dice: “Scusi, ma lei è Massobrio, quello che scrive libri?” Iniziamo a parlare. Scopro che è la vicesindaco e che il sindaco attuale è uno bravo che ho conosciuto molti anni fa quando ho, con altri, riordinato l’archivio storico del Comune. La signora sa di me, dell’archivio, di Piazzi, di Rex. Ha letto tutti i miei libri e dice che la biblioteca del paese li ha tutti. Che sono molto apprezzati, ma Rex è sempre fuori. Concordiamo sul fatto che potremmo organizzare una serata per parlare di loro. Le lascio i miei recapiti, ci salutiamo da vecchi amici e rientro in panetteria.

Compro di tutto, pane, biscotti, focaccia (da mangiare mentre torno in città), ceci, cannellini e fave. Alla cassa la signora che mi ha servito mi chiede di punto in bianco: “Lei è il suocero di Massimo?” Ammetto, stupito. In un attimo si svela il mistero. Il marito della signora è amico di Massimo, il padre, invece, abita agli Orti praticamente a quattro passi da casa mia e lei mi ha già visto qualche volta, andandolo a trovare. Poi mi chiede nuovamente: “Quando studiavo, andavo in biblioteca. Vero che era lei il direttore?” Sempre più stupito ammetto anche questo, dicendo stupidamente “Sempre io, cambio maschera in continuazione”.

Che sembra, ed è, una battuta, ma che corrisponde al vero. Molti lavori e sempre a contatto con il pubblico. Ognuno ne conosce un pezzo ed io confondo il tutto. Esco frastornato, ma non sono nemmeno arrivato alla macchina che capisco cosa è successo. Molto semplicemente sono inciampato nelle mie radici, gli antenati, la famiglia, gli archivi, la biblioteca, i libri, le persone che amo e quelle che mi amano, quelle che non ci sono più, ma alle quali posso parlare anche se non mi sentono. Mancano solo quelli che mi detestano, ma spero che siano pochi.

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