Mercoledì 06 Luglio 2022

Il saggio

La vita a Valenza nel Basso Medioevo

Un nuovo approfondimento storico del professor Maggiora

La vita a Valenza nel Basso Medioevo

VALENZA - Nei secoli XIII e XIV Valenza è ancora una cittadina agreste con una vasta distesa di vigneti fuori alle mura, stentatamente alla ricerca di un posto da protagonista, con una vita sociale e costumi tipicamente contadini e alcune categorie artigianali e commerciali che raffigurano in embrione la piccola borghesia futura, ma in quantità così ridotta che rende l’aspetto agricolo ancora più evidente.

Le case del popolo valenzano sono in pietra a secco, quelle dei signori in mattoni; le finestre sono piccine e a bocca di leone, riparate con tela. Molte case dispongono di un orto con pollaio e porcile.

Le abitazioni dei meno abbienti sono poco più di un angusto ricovero in cui si dorme e si conservano i propri scarsi averi, caratterizzate dall’assenza o quasi di spazi differenziati. La gente vive in promiscuità: spesso nello stesso letto dormono più persone, anche di sesso diverso. Le lenzuola non esistono, le coperte scarseggiano, in inverno si dorme vestiti e d’estate seminudi.

Nelle case dei valenzani il mobilio è costituito dal letto – per chi se lo può permettere – un cassone in cui riporre biancheria e vestiario, la tavola e alcuni contenitori per i cereali e per il vino. L’illuminazione è prodotta da lampade a olio, lucerne a una fiamma, candele di cera o, nelle abitazioni più povere, semplicemente dal bagliore della fiamma del focolare.

I pasti della gente comune sono formati solo da un po’ di zuppa, pane, lardo e qualche verdura raccolta nell’orto. Si mangiano minestre di cavoli, erbe, orzo, miglio, avena, ceci, fave, lenticchie e castagne. Si fa grande uso di spezie quali il pepe, i chiodi di garofano e la noce moscata. Il pane di grano è l’elemento fondamentale della dieta medievale. Le classi più povere e i contadini consumano un pane di farina mescolata con orzo, segale, saggina e fave. Data la vicinanza al fiume, il consumo di pesce è comune a tutti i valenzani.

Tra il popolo, che non ha voce, scarseggia l’olio e i condimenti sono prevalentemente a base di grassi di origine animale. La frutta è poca e i dolci sono rarissimi. Per insaporire i piatti si usano aglio e cipolla. Durante l’epoca medievale, il vino è la bevanda polivalente.

La classe più fortunata – le famiglie Aribaldo, Basti, Bellone, Bombelli, Carena, Dina, Stanco, Vassallo e altre – mangia spesso la carne, soprattutto di pecora, di maiale, di agnello, di coniglio, di anatra, di pollo, e questo spiega la larga diffusione della gotta al suo interno.

Più istruiti dei contadini e più aperti alle novità, i monaci francescani che risiedono nel convento in cui oggi si trova piazza Verdi sono portatori di sapere e di applicazioni pratiche nella coltivazione e nella produzione di derrate alimentari.

La peste nera degli anni 1347-1351 fa precipitare il territorio valenzano nella crisi più difficile che si possa ricordare. Uomini, donne e bambini scompaiono all’improvviso, sovente nel giro di poche ore, a causa di una dolorosa, contagiosa e inguaribile epidemia. La campagna si spopola, il costo della manodopera aumenta, l’allevamento è preferito a certe colture e solo la produzione di vino si mantiene costante.

Sul Po c’è un porto natante (Portus) con uno zatterone atto a traghettare persone e merci e altre imbarcazioni di servizio. Il pedaggio riscosso dai portolani a carico dei forestieri è una delle principali entrate economiche della comunità valenzana.

In quest’epoca medievale qualche volta i valenzani riescono anche a divertirsi. Giocano a bocce, a birilli e a pallamano; fanno corse di buoi, corse a cavallo e altre. Sono molte le feste che, per i loro contenuti o le loro satire, sono sovente censurate dal clero, ma in genere si tengono ugualmente. Il gioco d'azzardo (dadi e tarocchi) è molto diffuso, si tentano proibizioni per mettere un freno a questo vizio, ma si risolve poco.

C’è tanta puzza d’ipocrisia: la moralità pubblica non è molto in auge, ci sono schifezze di vario genere e una canea di falsi moralisti e finti devoti. Sono ripetuti gli interventi dei tanti religiosi per uno stile di vita più confacente, facendo affidamento anche su alcune confraternite per tenere vivo lo spirito osservante.

Beato Gerardo Cagnoli (1267-1342?) è un devoto protagonista di questa città, che già dalla gioventù ha sacrificato i suoi privilegi in favore dei poveri cristi: ha venduto gli averi destinando il ricavato ai poveri e agli ammalati.

La superstizione è diffusa, un po’ per scherzo ma perlopiù sul serio, e si crede alle streghe; c’è qualche processo al riguardo, ma le condanne si riducono al pagamento di una multa – anche per molti altri reati – visti i vuoti di cassa nell’amministrazione pubblica.

Incombe la minaccia delle pestilenze, della carestia e della guerra. Il senso tragico della temporaneità della vita e dell’imminenza della morte è molto sentito: come la nascita e le nozze, il funerale è un fatto sociale e religioso che commuove e consola l’animo dei singoli. La mortalità, specie quella infantile, è molto alta per l’assenza delle giuste cure.

I funerali sono abitualmente svolti con molto sfarzo e folclore, anche per la classe non troppo abbiente, e di solito terminano con un lauto pranzo organizzato dai parenti del defunto. Visto che la vita è grama, almeno la morte deve essere una festa.

La gente si sposa precocemente: la consuetudine sociale per gli sposi fissa un’età minima di 12 anni per la femmina e di 14 anni per il maschio.

L’igiene personale scarseggia, l’uso e la possibilità di lavarsi frequentemente sono ristretti a pochi facoltosi. I regolamenti comunali e lo statuto indicano regole severe per mantenere un livello igienico accettabile, si è particolarmente severi nella tutela dell’acqua potabile e della circolazione stradale.

A Valenza le strade lastricate sono rare, la maggior parte sono in terra battuta e alzano enormi polveroni d’estate al passaggio di cavalli e carri; d'inverno, invece, diventavano un pantano. I rigagnoli che scorrono al centro delle vie sono le fognature, non esistono i gabinetti odierni e generalmente si butta l’immondizia dalla finestra.

Gli antichi statuti di Valenza, pubblicati nel 1397 per ordine di Gian Galeazzo Visconti Signore di Milano, regoleranno la vita politica, amministrativa, commerciale, sociale e religiosa dei cittadini. In queste norme, traspare il senso di umanità e concretezza dei nostri antenati e leggendoli oggi molti capitoli destano stupore per la chiarezza legislativa e la precisione, come alcune regole che fissano limiti invalicabili all’arbitrio di chiunque. Prevedono anche un insieme di imposte su beni mobili e immobili, dazi sul transito di merci e altro, allo scopo di avere le entrate necessarie alla copertura della crescente spesa pubblica.

Gravato da troppe gabelle, nel luglio 1392 il popolo valenzano, inferocito e con la bava alla bocca, sprigiona le vecchie sofferenze e la voglia di rivolta in una spontanea sommossa di piazza contro i Visconti, che amministrano la città dal 1375, e in un incendio distrugge tutta la documentazione presente nel palazzo comunale.

Una caratteristica di Valenza e di molti altri comuni è la suddivisione delle famiglie influenti in guelfi e ghibellini, non per convinzioni politiche, ma per antiche rivalità tra di loro, per avere protezione e così via. Questa suddivisione porta a una lotta anche nascosta e influisce su contese e alleanze, i componenti si dividono e digrignano su ogni argomento: l’appartenenza domina sulla ragione.

Verso la fine del Trecento, vengono costruiti un vero castello, è la sentinella del Po, e robuste fortificazioni che fanno della città una piazzaforte poderosa, di primo piano nel territorio settentrionale della penisola; delle necessità dei cittadini, invece, non ci si interessa affatto. Le mura di cinta sono un’opera monumentale.

La vita della comunità è sempre regolata dal suono delle campane che, oltre all'ora, annunciano i pericoli, le feste, le riunioni pubbliche e i funerali. Un modello e un costrutto sociale con altre dimensioni, ma questo è ciò che ci piace credere.

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