Giovedì 26 Novembre 2020

Il saggio

Valenza nel Settecento

Un nuovo approfondimento sulla storia della città

Valenza nel Settecento

Valenza da Catasto antico (1762-1763)

VALENZA - Il cosiddetto “Secolo dei lumi” è un’epoca di grandi sconvolgimenti, una svolta rivoluzionaria che cambierà radicalmente sistemi politici, economici e sociali.

Alla fine del Seicento, Valenza subisce l’ennesimo assedio (19-9-1696 / 9-10-1696) e il motivo, quasi inspiegabile, non differisce molto da tutti gli altri che lo hanno preceduto. Riesce tuttavia a resistere alle diverse migliaia di francesi e sabaudi (50.000 fanti e 14.000 cavalieri, forti di 60 cannoni e molti mortai) guidati da Vittorio Amedeo II e all'incessante bombardamento che provoca molte perdite. Valenza è comandata dal governatore spagnolo don Francisco Colmenero (Maestro di Campo del Terzo di Napoli) il quale sa tener testa a tutti gli attacchi degli alleati avversari: è il Leonida delle Termopoli valenzane, un condottiero carismatico, amato e temuto, al quale verrà dedicata la Porta Bedogno che dal 1696 prenderà il suo nome.

Nonostante la brevità dell'assedio, i danni alle persone, alle abitazioni, come a molte strutture, sono gravissimi. Più di un centinaio le vittime. Anche Lazzarone (odierna Villabella) viene abbondantemente saccheggiato, dopo passa sotto Valenza sino al 1722 quando i Savoia gli concederanno la speciale patente per reggersi come Comune.

Siamo all’inizio del Settecento, ormai qualsiasi iniziativa dei governanti spagnoli risulta agli occhi dei valenzani la più aberrante, cominciano a non sopportare più questa satrapia, con troppe angherie e privilegi.

Ci sono, a Valenza centro circa 2.000 abitanti, più 15 grandi cascine (approssimativamente 500 dimoranti), il piccolo borgo di Monte (quasi 300 abitanti) e diverse case sparse. C'è il castello-rocca (trasformato in cittadella militare, diverso dalla costruzione medioevale residenza dei feudatari demolita verso il 1557) con le fortificazioni interne ed esterne, rovinate e migliorate più volte, un numeroso presidio di soldati spagnoli, la grande piazza (oggi piazza XXXI Martiri), un podestà comunale, 2 notai, 4 medici salariati, 2 fanti comunali (Polizia urbana), un prevosto, 8 canonici, un curato, 20 cappellani, 3 conventi di frati e 2 di monache (quasi più religiosi che anime da salvare). La classe privilegiata è sempre quella dei blasonati che detengono il potere politico, poi c'è il popolo diviso tra proletariato che vive stentatamente e la borghesia che è la classe media artefice del susseguente mutamento generale.

Nel 1700 muore Carlo II di Spagna, senza lasciare eredi, si solleva la Guerra per la successione (1702-1714). Il Duca Vittorio Amedeo II di Savoia, dopo aver rotto con la Francia, si allea con l’Imperatore austriaco e libera Torino da quasi quattro mesi d’assedio (1706), mettendo in rotta l’esercito francese-spagnolo. Proseguendo la corsa verso Milano all’inseguimento delle formazioni borboniche, Eugenio e Vittorio Amedeo II penetrano nel territorio ducale, occupandone i centri abitati e ponendone sotto assedio le principali piazzeforti tra cui Valenza (presidio franco-spagnolo) che si arrende senza troppo combattere. Ben presto, francesi e spagnoli se ne vanno dall’Italia e Valenza resta ai Savoia. Il Consiglio della città giura prontamente fedeltà ai nuovi sovrani. Podestà del momento è G. M. Arrigoni.

Tutti gli imperi sono destinati a declinare e a cadere, solo questione di tempo. Termina l’appartenenza di Valenza al Ducato di Milano, durata poco meno di quattro secoli (1370-1707), anche la vicina Alessandria entra a far parte del nuovo Regno di Sardegna. Il trilatero di fortezze spagnole (Valenza-Alessandria-Tortona) a sud del Po è definitivamente scomparso; spia paradigmatica della nuova aria che tira. Nel tempo, questi popoli, che hanno dominato per secoli l’Europa, hanno portato nella nostra città usanze, costumi e alcune espressioni del linguaggio dialettale che ancora sussistono.

Nemmeno nei sogni più lieti Vittorio Amedeo II avrebbe potuto immaginare una fine più lieta; con il Trattato di Utrecht (1713) si assicura definitivamente la nostra città e tutto il Monferrato (nasce il Regno Sabaudo). Per raffreddare una situazione locale incandescente, conferma i titoli e le franchigie di cui Valenza già godeva, le rinnova il titolo di “città” e l’elegge capoluogo della Provincia di Lomellina (una qualifica che dura poco). In seguito le conferma alcuni antichissimi privilegi, come tenere due fiere l’anno e un mercato settimanale con esenzione di dazio, il divieto d’introdurre in città vino forestiero, poter cacciare liberamente nel proprio territorio comunale, non pagare più la tassa sul frumento e sul vino. Sostanzialmente, di là dalla consolidata retorica, è una cortina d'incenso sparsa “ad abundantiam”.

Il Conte di Viancino è nominato comandante della piazza nel 1707, lascia il posto a Paolo Emilio Vellati dal 1709. La città deve fornire una decina d’uomini, dai 18 ai 40 anni, al nuovo esercito (Reggimento nazionale d’Asti poi, più avanti, al Reggimento di Fanteria Provinciale Casale), ma di questi tempi meglio non fare gli schizzinosi. La scelta delle reclute è affidata al Consiglio comunale secondo il criterio della famiglia d’appartenenza: nessuno sarà scelto tra quelle più abbienti. Più complicati sono i rapporti tra Casa Savoia e il Vicariato di Valenza della Diocesi di Pavia. Il Re di Sardegna non è troppo contento che una parte del suo clero sia amministrato dallo straniero (Pavia, avvinta dal giansenismo).

Come in una commedia surreale, in questi anni di finto quietismo dittatoriale, per formulare le varie giaculatorie di fedeltà e di lealismo, si recano a scodinzolare davanti alle ciabatte della corte di Casa Savoia diversi parsimoniosi e decorosi rappresentanti valenzani che stanno nel cerchio magico. Gli omaggianti iniziali del 1707 sono: Ottaviano Capriata, Carlo Del Pero, Marc’Antonio Bombello, Alessandro Romussi, Gaspare Cagno, Alonso de Cardenas. Più avanti, dopo il 1746, Camillo Capriata, Stefano Piazza, Vincenzo Salmazza, Carlo de Cardenas, i sindaci Dardano e Del Pero.

Nel 1722 sorge la Congregazione di Carità con il fine di distribuire il pane ai poveri (benefattori di nome i Salmazza). Una crociata in difesa dei derelitti, ma in realtà utile per essere proclamati e procacciarsi autorevolezza nella città. Dal 1727 sì da luogo a nuove importanti opere di fortificazione, sono impiegati ben 250 lavoranti. Nel 1730 il Consiglio comunale elegge due valenzani al Real Senato di Torino, sono gli avvocati D. Alonso De Cardenas e Ottaviano Capriata.

Gli anni 1742-1743 sono ingarbugliati dalla questione Monte. Il re Carlo Emanuele III rifiuta al feudo-sobborgo (forse il luogo del primo insediamento di Valenza) di costituirsi Comune indipendente. Un solenne e umiliante schiaffone in faccia che fa evaporare le ultime speranze d’alcuni preminenti locali, per vocazione diffidenti; Valenza decide allora di acquistare il dominio, che già amministra. Il delegato valenzano alla trattativa con il governo di Torino, Giuseppe Campi, grazie al talento e ad un uso sapiente della filosofia da martire, chiude per lire 7.500 che i sindaci Luigi Mario e Dardano (dal 1726 il Consiglio comunale unico elegge due sindaci “gemelli” che non paiono certo a Castore e Polluce), messi maluccio come cassa, ottengono in prestito dai consiglieri Vincenzo Salmazza (Priore del SS.Sacramento), Bartolomeo Campora e da un personaggio casalese.

Sostanzialmente il Feudo è ricongiunto, Valenza diventa “Contessa di Monte” (titolo comitale, che manterrà sino al 1798). Nasce la cattiva abitudine di contrarre debiti, con pericolo d’insolvenza, di cui non siamo più guariti. Lazzarone riceve invece dall’Augusta Casa speciale patente per reggersi come Comune e così resterà sino al 1938, quando sceglierà di passare sotto l’amministrazione di Valenza.

Molti Te Deum sono cantati nelle chiese valenzane nel 1726 per lo scampato pericolo dei turchi penetrati in Europa, scansato grazie alla stretta alleanza tra Russia e Austria. Però, negli anni 1745-1746, c’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico: Valenza subisce ancora due deplorevoli assedi che perpetuano gli antichi fantasmi. Per opera di truppe franco-spagnole nella battaglia di Bassignana del 27-9-1745, in seguito alla Guerra per la successione d’Austria. Il Re di Sardegna Carlo Emanuele III di Savoia, abbandonato quasi senza combattere lo scontro, tiene a Valenza un Consiglio di guerra austriaco-piemontese prima di ritirarsi e lasciare una sola guarnigione di truppe sarde a difesa della città, la quale, governata dal marchese di Balbiano, non riesce a resistere alle forze preponderanti dei franco-spagnoli.

Pochi mesi più tardi, il 4 maggio 1746, dopo 13 giorni d’accerchiamento e ripetuti violentissimi attacchi le truppe del restaurato esercito piemontese (spodestate l’anno precedente) agli ordini dell’autocratico barone Leutrum (Karl Sigmund Friedrich Wilhelm von Leutrum) ottengono la resa della città (quartiere generale iniziale del comandante francese Maillebois) e la riconquista di quanto perduto. E’ l’ultimo reale assedio di questa città, una sorta di resa dei conti finale e di riscossa implacabile con il ritorno allo “status quo ante” della città sotto il potere del Piemonte. Valenza, che non si lascia mai conquistare docilmente, è stata difesa valorosamente dallo ieratico governatore spagnolo don G. Giovanni Scoques, zavorrato da mediocri e controversi compagni di lotta.

La situazione economica migliora e si produce un’importante riconversione delle attività da agrarie ad artigianali. La città sta riagguantando una certa dignità commerciale, ciò consolida una certa borghesia sempre più tracotante e gaudente, poco attenta sui temi sociali, ma molto più laica e matura della vecchia nobiltà (ostile al futuro e spaventata dal nuovo), la quale possiede ancora quasi la metà delle terre produttive, pur rappresentando neanche l’1% della popolazione.

Una apartheid economica dove terre e cascine sono dati in affitto ai nuovi mediatori capitalisti, o affidate a curatori che conducono i fondi servendosi di salariati e giornalieri mantenuti, per quanto possibile, quasi alla fame.

L'economia del popolo è ancora molto povera, e c’è poco da essere ottimisti. La gente di campagna calza zoccoli e durante la stagione estiva cammina a piedi scalzi. Si lavora da dodici a quattordici ore il giorno e ci si reca al posto di lavoro naturalmente a piedi. Già alle cinque del mattino, si scorgono numerosi lavoratori con un sacco vuoto in spalla (per ripararsi dall'eventuale pioggia) e il fagottino, all’interno del quale c’è solitamente un pezzo di pane e un frammento di formaggio stagionato (vale a dire risalente a diverse stagioni prima). Nei lavori agricoli s’impiegano prevalentemente i buoi. Il solo concime usato é il letame della stalla, ben lontano dall'essere sufficiente per i campi la cui lavorazione è fatta, con vecchi aratri e con animali ansanti, da braccianti mietitori e falciatori sudati e stanchi.

Si stanno, tuttavia, estendendo a poco a poco e con fatica, nelle colline che circondano Valenza, le prime piccole aziende agricole da casolari privati che sono stati finora poco più d’abitazioni contadine. L’agricoltura rappresenta ancora l’attività principale (80% della popolazione lavorativa), quantunque il modo di vita del centro non si differenzi molto da quello delle campagne vicine. Una simbiosi forzata e crudele, senza denaro e medicine, che pare ancora non uscire dal Medioevo. Il terreno coltivabile in collina è poco produttivo, come pure quello in pianura, tanto che di frequente si semina ogni due anni. Il grano è sufficiente a nutrire la popolazione solo per due terzi l’anno; scarseggiano la frutta, il fieno e gli ortaggi. Il vino è di qualità non troppa eccelsa, di color nero con molto tartaro, è principalmente venduto ai pavesi e ai milanesi come vino da taglio; viene trasportato con barche dal Po. Si sviluppa la produzione e l’esportazione di seta (occupate quasi 200 lavoratrici), ma l’attività più redditizia è sempre il commercio di vini (più di 20.000 ettolitri annuali).

Volte a guadagnare consensi, si cerca di avviare timide riforme, ma la reazione delle caste signorili, contrarie all'abolizione di certi privilegi e ormai sull’orlo della dissoluzione, vanifica sempre tali sforzi. Da secoli è una missione impossibile intaccare il primato dell'aristocrazia, attorniata da un codazzo di cortigiani e manutengoli d’ogni sorta, famelici e avidissimi di piaceri. La cupidigia è una bestia spietata, specie quando si accoppia con la vanagloria.

Mentre i proprietari terrieri e i commercianti accrescono le loro ricchezze, sboccia la borghesia industriale; due mondi che sembrano destinati a non incontrarsi mai. Una borghesia che secondo i punti di vista sarà illuminata o conformista (molti di questi nuovi ricchi vengono identificati quali “furbi”, che spesso è sinonimo di ladri).

Sale l’inquietudine, il morale della maggior parte dei valenzani è sotto i tacchi e la morale non sta molto più in su. O più banalmente, tra l’umile manovalanza, cresce la voglia di impugnare i forconi. E’ cambiato lo stile della politica governativa lasciandone però intatta la sostanza o, meglio, la disuguaglianza.

La miseria assilla ancora gran parte della popolazione, non è, infatti, inusuale incrociare sulle strade dei pezzenti e dei mendicanti. Ma anche questo conta poco per chi comanda. Come inevitabile conseguenza dell’indigenza e delle ristrettezze economiche, accresce il fenomeno del brigantaggio e non solo quello più organizzato, ma anche quello degli agguati improvvisati, delle rapine. La strada che collega Valenza con Alessandria è presa di mira da fuggiaschi e da criminali d’ogni genere. Ne sopportano maggiormente le conseguenze i numerosi mercanti e uomini d’affari che necessitano di collegarsi con le due città.

In Europa si sta espandendo un moto di pensiero che vuole portare la luce della verità dove prima erano le tenebre dell’ignoranza e dell’errore: l’Illuminismo. Anche in questa città il malcontento serpeggia sempre più tra la popolazione, nasce tra i più abbienti (che continuano a fare i propri comodi) una sorta di combriccola illuminata: la setta o loggia dei puri, che sovente predicano bene e razzolano male. Efficiente sul piano della denuncia e velleitaria sul piano delle proposte, la chiesa locale è uno dei luoghi meno disposti ad accettare il liberalismo del secolo dei lumi. Al di là dei pensieri e dei sogni di molti, regna un patetico fideismo, un provvidenzialismo al rovescio, e la libertà sessuale è ancora un “sacrilegio”: solo il matrimonio legittima l’entusiasmo dei corpi.

Nel 1773 la città conta 4.500 abitanti divisi in tre classi. La prima composta di 435 proprietari, 1.500 agricoltori e 250 artigiani e negozianti; la seconda comprende 452 fra eclesiastici, notai, medici e servi; la terza racchiude 80 poveri e mendicanti. Il resto è formato da regi impiegati, donne, minorenni e “pupilli” (giovanissimi).

Nel 1775, è pubblicato il nuovo Regolamento Generale Amministrativo che prevede un’amministrazione comunale composta di un sindaco e sei amministratori (consiglieri, scelti tra i proprietari). Il sindaco eletto resta in carica per sei mesi, senza poter essere rieletto, egli è il più anziano in ordine d’elezione; nel Consiglio stanziano ancora i nobili, una minoranza farlocca che non teme il ridicolo della retorica e dei cattivi costumi, aggrappata caparbiamente al potere e destinata finora a vincere sempre, ad ogni costo, ma in vista degli ultimi bagliori.

La nobildonna Delfina del Carretto, moglie del marchese D. Camillo Belloni, nel 1776, lascia suo erede universale l’ordine ospedaliero dei SS. Maurizio e Lazzaro con l’obbligo di erigere in Valenza un ospedale per poveri e malati: l’Ospedale Mauriziano (inizio dei lavori nel 1782, chiamato inizialmente dei SS. Maurizio e Lazzaro, poi di S.Bartolomeo, infine Mauriziano). Prima e dopo di lei sono molti i lasciti benefici: quando la fiaccola sta per spegnersi, si diventa generosi guardando in cielo.

Escluso il presidio militare, a fine secolo, Valenza ha circa 5.000 abitanti (compreso Monte con circa 350). Le case sono pressappoco 500, in città si sviluppano intorno a cortili chiusi, spesso con stalle e fienili ed un solo ingresso dalla strada. Ci sono un migliaio di celibi e un centinaio di frati e monache.

A Lazzarone gli abitanti sono circa 500, le case un centinaio, Pecetto ha 1.400 dimoranti. Il Mandamento di Valenza nella Provincia di Alessandria è tenuto a fornire un’aliquota di soldati al Reggimento di Casale. Nel 1796 risultano sotto le armi 61 militari valenzani.

Nell'antico convento dei Domenicani (recenti scuole Carducci), nel 1788 (decreto vescovile del 24-8-1787), viene aperto il Seminario per i chierici (circa 40) di quella parte della Diocesi di Pavia che si trova sotto Casa Savoia. E’ una prima vera organizzazione locale di studi (principale promotore il vicario avv. D. Orazio Cavalli, primo rettore don Vincenzo Poli) frequentata da allievi interni ed esterni. Per le nuove divisioni della Diocesi nel 1801, nel 1805 e nel 1817, l’istituzione durerà solo pochi anni.

Alla fine del 1700 viene edificato uno dei palazzi più belli di Valenza, Palazzo Pellizzari (oggi sede del Municipio), ospiterà Napoleone nel 1810, mentre Palazzo Valentino (al tempo dimora del Municipio) è completamente ristrutturato (1799).

Dopo l'armistizio di Cherasco del 28 aprile 1796, i francesi ottengono alcune piazzeforti tra cui Valenza, utilizzata dallo stesso Bonaparte, sino alla battaglia di Lodi (10 maggio 1796), per minacciare i vicini austriaci, con effetti di guerra in “stand by”.

Alla morte del re Vittorio Amedeo III (ottobre 1796), si recano a Torino per porgere il cordoglio di Valenza al nuovo re Carlo Emanuele IV il sindaco avvocato Filippo Bolla e D. Carlo Francesco Annibaldi-Biscossa.

Inizialmente tutti si sono affrettati ad accettare i costumi di Francia, a trovare incantevoli e serie le nuove idee, ma ben presto appare che i francesi, grandi appassionati di libertà, non lo sono troppo per quella degli altri. L’ingresso nell’orbita francese ha però numerose conseguenze positive anche per Valenza, come lo svecchiamento di forme decrepite di costume e un’idea della politica aperta non più chiusa nel segreto d’un gruppo ristretto.

Nel dicembre 1798 si forma la “municipalità valenzana” (Dipartimento del Tanaro sino al 1799) di tipo francese: senza piacere a nessuno, o quasi, in pratica non conta nulla. Troppo ammalata di manicheismo, è composta dai cittadini Vittorio Lebba (presidente), Angelo Foresti, Pietro Chiesa, Menada, Maria Marchese, Giovanni Oliva e Tommaso Ricchini; segretario La Thuille, sottosegretario Giovanni Battista Quaglia. Sono quasi tutti gli stessi attori di prima, che con brillanti capriole acrobatiche ora recitano un altro copione in un frullato di contraddizioni, gonfie d’ipocrisie trionfalistiche.

Da un lato alcuni borghesi e intellettuali si schierano a favore del nuovo governo valenzano-francese, scoprendo improvvisamente le virtù dei nuovi dominanti che prima erano ignote o forse sono solo timorosi di perdere i propri privilegi; dall’altro le forze contadine, istigate dal clero locale (non troppo dal parroco Francesco Marchese, un illuminato teologo), danno vita ad un moto reazionario ostile ai francesi che si fa sempre più intenso ed entra nel vivo nel 1799 (entrata con devastazioni di forze belliche in città).

Viene ordinato di ristabilire le amministrazioni pubbliche, la nuova municipalità, forgiata da due, poco disinvolti, commissari–cittadini organizzatori, del dipartimento del Tanaro di Alessandria; è rinnovata, ma non dura molto, con Angelo Foresti (presidente), Carlo Biscossa, Fedele Majoli, Marc’Antonio Mazza, Giovanni Antonio Pastore, Tommaso Ricchini, Francesco Antonio Terraggio; segretario Vittorio Lebba e consegretario Giovanni Battista Quaglia.

Intanto, mentre Napoleone è in Egitto, si è ripristinata l’alleanza europea contro la Francia (Austria, Inghilterra e Russia) e riprende la guerra. I soldati francesi sconfitti sull’Adige, sul Mincio e a Cassano d'Adda dai russo-austriaci (1799) si ritirano dalle nostre parti, guarnendo con una catena d’avamposti le colline intorno a Valenza.

Per stanare il generale francese Jean Victor Marie Moreau da queste posizioni il comandante russo Suvorov (Suwaroff) ordina al generale russo Andrei Grigorevich Rosenberg di assalire Valenza. La battaglia si svolge tra Mugarone e Pecetto dove perdono la vita migliaia di combattenti.

Alla luce di tutto ciò, eccitati da frati e preti, anche i valenzani (con un drappello improvvisato di “Massa cristiana”) insorgono contro i francesi che reagiscono spietatamente. Alla fine (maggio 1799), piegati dal generale Schweikowsky, i transalpini sono costretti ad abbandonare la piazza avvicinandosi alla loro patria.

Ritornano così per un tempo breve e dannato (maggio 1799-giugno 1800) gli austriaci-russi (governatore della città Munkatsij). Tra il 20 maggio e il 28 agosto 1799, Valenza è costretta a fornire più di 100 mila razioni di pane alle truppe austriache e altrettanti a quelle russe con molto altro materiale e beni (vino, legnami, foraggi, lavoratori, ecc.).

Cosacchi e Dragoni bivaccano in città. Le cronache ci raccontano di giorni di terrore. Saccheggi, furti, violenze e prepotenze d’ogni sorta. Le donne non si allontanano dalle loro case, le più giovani vivono nascoste. Bande di ladri avveduti si aggiungono alle varie calamità: derubano persino i russi. Come sempre, nelle azioni efferate di questi malavitosi vi è frequentemente anche una ribellione alle iniquità che si vedono.

I giacobini locali sono derisi e perseguitati, ma, dopo un anno, la buona sorte muta campo. Napoleone, tornato dall’Egitto, scende impavido dalle Alpi e con una sola battaglia (sempre dalle nostre parti) recupera tutto il Paese che gli Alleati con tanta fatica e con molti sanguinosi combattimenti avevano occupato.

Con la vittoria di Marengo (14 giugno 1800) e relativo epinicio, i francesi rientrano definitivamente anche a Valenza (21 giugno 1800), rinvigorendo gli spiriti repubblicani e suscitando speranze ed entusiasmi, tra non poche enfatiche astrazioni illuministiche. Il vasto complesso della Villa “La Voglina” di Valenza progettata da Filippo Juvarra, una storica magione posta sulla sommità della Colla, è utilizzata da Napoleone come Quartier Generale prima della battaglia di Marengo.

Dal 1802 tutto il Piemonte è unito alla Francia, la Cisalpina assume il nome di Repubblica Italiana.
Questi i governatori e comandanti di Valenza nel ‘700: 1707 conte di Viancino, 1709 Paolo Emilio Vellati, 1727 Pietro de Zunica, 1728 t. colonnello Belmont, 1729 conte Campioni, 1745 marchese di Balbiano, 1746 Giovanni Scoques, 1749 marchese Fossati, 1755 generale De Roches, 1769 conte Asinai, 1770 conte Carlo Radicati, 1778 Robbio, 1779 Giacomo A.G. Bocca, 1785 marchese di San Giorgio, 1789 Giovanni Ambrogio Ghiaini, 1791 Tommaso Tizzoni, 1794 barone gen. Giuseppe Pernigotti.

 

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