Martedì 04 Agosto 2020

Il saggio

Valenza negli anni '70

Continuano gli appuntamenti con la storia della città

Valenza negli anni '70

1978: la prima Mostra del Gioiello valenzano al Palazzetto dello sport

VALENZA - Gli anni '70 sono il decennio d’affermazione dei diritti civili (dallo Statuto dei Diritti dei Lavoratori al divorzio, dalla depenalizzazione dell’aborto all’abolizione dei manicomi): l’Italia è un paese che lotta e si scontra con una militanza politica lontana anni luci dal nostro presente.

Nel 1973, il prezzo del petrolio sale del 320%, si susseguono misure restrittive, inasprimenti fiscali e tariffari, in un crescente clima d’austerità (divieto di traffico nei giorni festivi, anticipazione dell’orario di chiusura dei cinema, ecc.), Valenza è pervasa da alcune lotte di fabbrica che hanno intensità e toni mai conosciuti nel passato e da forti antinomie. Sotto l’aspetto della qualità di vita è ancora una città opulenta, un sondaggio fatto in questi anni tra la cittadinanza cita i tre problemi più urgenti di Valenza: il costo della vita, l’insufficienza d’alloggi a basso prezzo e il deprecabile stato della viabilità.

L’ondata immigratoria a cavallo degli anni '50 e '60 è stata del tutto assorbita e qualche valigia di cartone è diventata borsa di Vuitton, qualche ex manovale non lavora più la terra o il cemento ma l’oro, e non di rado da titolare d’azienda. Le favolose ville che fioriscono come pregiate corolle sulle alture valenzane rendono però, a chi giunge in città, un aspetto deformato della stessa, le auto che ruggiscono (nel 1972 sono quasi 8 mila, ma ne circolano quasi il doppio), le vetrine sfavillanti ed aggiornatissime, le fabbriche, servono quasi a distogliere da un panorama fatto anche di povertà e di ristrettezze.

Il sistema distributivo, con le molte rapine alle valigie, è in difficoltà; il problema è scottante e drammatico e tira dietro la questione assicurativa, per non parlare della ricettazione. Molti viaggiatori sono costretti a ridurre drasticamente i loro assortimenti con il conseguente calo delle vendite. Altri hanno rinunciato a girare l’Italia per non essere più nel mirino della malavita senza potersi difendere. Nel 1980 alcune audaci rapine in città ripropongono incredibili deficienze e responsabilità.

Nel 1979 a Valenza ci sono 30 tossicomani accertati, 350 fumatori di hashish e 150 consumatori che assumono farmaci contenenti prodotti stupefacenti. Un declino lento e inesorabile, ma sono alle porte anche gli immigrati stranieri. Alla fine del decennio l’economia locale entra in una certa stagnazione, quella prosperità che i valenzani avevano raggiunto negli anni ’60 (in gran parte frutto di sacrifici, privazioni, fatiche e sofferenze) inizia ad allontanarsi.

Valenza ha tuttavia ancora il primato delle utenze telefoniche (30% nel 1972 con 7 mila apparecchi), delle auto e d’altri beni durevoli. I valenzani versano 200 milioni d’imposta di famiglia nel 1970 e, dopo la riforma fiscale del 1972, rovesciano allo stato circa 4 miliardi che a sua volta ne restituisce meno di un terzo. Al contrario di una parte di questo Paese che contribuisce alla cassa comune se non nel dare una mano a svuotarla. Il prezzo dell’oro di 770 lire il grammo nel gennaio 1971 diventa 1.235 nel gennaio 1973 e continua a salire sino a quasi 23.000 a fine decennio, facendo la fortuna di alcuni e la disgrazia di molti.

Dall’inizio del secolo al 1980 la popolazione valenzana è raddoppiata (da circa 11.000 a circa 23.000). Nel 1971, su 22.500 abitanti ci sono 10.554 posti di lavoro (753 in agricoltura, 7.916 nell’industria, 1.855 nel terziario). Nel 1981 la città ha un totale complessivo di 1.827 imprese nei vari settori, con 7.901 addetti, quello inerente l’oreficeria (produttori e non) rappresenta oltre 80%: circa 1.500 imprese con quasi 7 mila addetti. Le fabbriche di calzature sono ridotte a 91 con 1.040 addetti nel 1971 e a 63 con 650 addetti nel 1981.

L’agricoltura presenta in questi anni caratteristiche di conduzione diretta e limitata nelle dimensioni; la sua produzione è la vitivinicola (sempre più ridotta), la cerealicola (granoturco) e lo sviluppo della lavorazione della barbabietola. È meno presente la zootecnia, l’allevamento del pollame e lo sfruttamento del bestiame per latte. Riesce a mantenersi su canoni non certo vicini al dopoguerra ma che consentono una qualche sicurezza alle forze lavorative impegnate.

L’edilizia trova rilancio nella mappa delle nuove dislocazioni industriali, nella ristrutturazione del centro storico e nell’approfondimento della politica della casa, volta in direzione più popolare.  Nell’ottobre 1977 viene approvata dalla Regione la variante al piano regolatore che prevede di cambiare, in un decennio, il volto della città. Per il piano, nel 1987 Valenza avrà 30.000 abitanti, 10 scuole dell’obbligo, altrettanti asili nido e scuole materne, 3 aree produttive (industria, orafi, attività artigianali). Lavorano ben otto commissioni con circa 200 componenti. Se qualcuno di loro, estinti, potesse vedere la città ai giorni nostri rischierebbe una sincope. Dopo gli espropri dei terreni, l’occupazione, le trasmissioni televisive, la raccolta di circa 2.000 firme contro, a fine anni 70 ha inizio la realizzazione del piano d’edilizia economica e popolare in zona Fogliabella.

Nel 1974 è inaugurato il Palazzetto dello sport. Nel 1976 nascono le radio libere, Valenza n’avrà presto ben quattro, i bambini che iniziano il ciclo elementare nell’a.s. 1975-76 sono 338 (nati nel 1969). Nel 1977 è costituito il Consorzio Insediamenti Orafi (Co.In.Or.) per la realizzazione di laboratori orafi nella zona D2, alla scuola media Pascoli ci sono 678 alunni, alla Frank sono 508, alle superiori circa 200. Nel 1978 si apre la prima Mostra del Gioiello, organizzata nel palazzetto dello sport, ottiene una vasta risonanza ed un significativo successo: 122 gli espositori. Nel 1979 l’Ospedalino passa al Comune.

La sinistra nell’amministrare il Comune sviluppa un’intensa programmazione culturale (di solito con la propria impronta politica) e una ricca rete di servizi (asili, materne, ecc.), ma vuole pianificare e controllare troppo le risorse pubbliche, finendo di farne il dominio della burocrazia e dell’assistenza. Il Centro di cultura (aperto nel 1976) e la biblioteca, situati nel ristrutturato “Palazzo Valentino”, diventano la massima espressione di sapienza della città.  Il bilancio comunale di previsione 1978 si chiude obbligatoriamente in pareggio attorno agli 8 miliardi, ma c’è un indebitamento di 7,5 miliardi che, partendo da un’Amministrazione senza debiti del 1972, ha registrato un crescendo costante sino a raggiungere questa consistente cifra.

In questo periodo l’egemonia della cultura marxista, soprattutto nella sua versione gramsciana, è poco contrastata in questa città. Gli intellettuali della “riva gauche de noialtri” sono avversati da qualche metafisico cattolico privo di fascino e di mordente e da una pattuglia liberale segnata dall’ossessione anticomunista. Molti diventano radical chic, vivendo con gli agi e i privilegi della borghesia (paurosa e che civetta con loro), ma ne disprezzano i pensieri e lo stile.

L’area del potere politico locale, grazie al moltiplicarsi dei “refugium peccatorum” (dal Comune alle municipalizzate, dai Consigli di frazione al Comprensorio, dagli organismi scolastici all’USL, all’Associazione orafa, alle accresciute commissioni, consorzi, cooperative, ecc.) si allarga sempre più sino ad occupare ogni interstizio della società valenzana, con commistione d’incarichi a personaggi politici e sindacali multiuso o presunti tali, che possiedono evidentemente il propizio dono dell’ubiquità. 

Nelle elezioni comunali del 1972 i comunisti (con la confluenza degli psiuppini) e i socialisti ottengono 18 consiglieri su 30: PCI 46%, DC 29%, PSI 9%, PSDI 6%. Con una forte caratterizzazione personale, nel Comune, è sempre il sindaco Lenti a condurre la danza.  In questi anni si può dire che PCI e PSI a Valenza non vivono accanto felici e contenti, ma meglio che possono.

Il 12 maggio 1974 si vota il primo referendum abrogativo della legge sul divorzio (del 1970). Mentre nel Paese i toni sono particolarmente aspri e violenti, a Valenza le forze politiche locali sono scarsamente dinamiche nella campagna elettorale, solo la chiesa e la parte democristiana più impegnata si battono per una cancellazione, per tutti improbabile. Su 15.797 votanti, i favorevoli all’abrogazione (SI) sono 3.502, mentre i NO sono ben 11.924. Nel Paese il 59% si esprime contro l’abrogazione e solo il 40% in favore.

La Regione sostituisce lo Stato (quasi un participio passato) in alcuni compiti, in realtà non rimpiazzerà la mano morta della burocrazia statale ma si aggiungerà ad essa. Nelle elezioni regionali del giugno 1975 il PCI ottiene il 49%, la DC il 25%, lo PSI il 10%. Nelle politiche del 1976 (Camera), PCI 40%, DC 34%, PSI 10%; in quelle del 1976, PCI 49%, DC 27%, PSI 9%; in quelle del 1979, PCI 44%, DC 27%, PSI 10%.

Elezioni comunali del maggio 78: PCI 46% (16 seggi), DC 31% (10 seggi), PSI 11% (3 seggi), PRI 5% (1 seggio), Luciano Lenti, sempre più accusato dall’opposizione di bonapartismo, viene rieletto sindaco.

Dopo la votazione del 1979, un certo sgomento corre nelle file del PCI valenzano che ha avuto una perdita di suffragi del 4,63% alla Camera ed è ancora più negativo il risultato delle europee. Dicono che è solo la moda del momento che ha fatto spostare le simpatie verso i radicali.

Anche nel 1980 si vota: sono le regionali e le provinciali. Il PCI si conferma ancora come primo partito della città, secondo i voti espressi nella scheda regionale aveva il 49% nel 1975 (l’anno dell’impennata in avanti) era sceso al 44,20% un anno fa, è su 44,9% in queste elezioni; la percentuale di quest’anno è un pochino più alta alle provinciali (46,21%). Dall’altro lato la DC guadagna 1,36% alle regionali (26%) e 2,35% alle provinciali rispetto al 1975. C’è però uno schieramento che turba i sonni dei politici, è quello degli incerti, degli indecisi. Sono sempre di più le schede bianche e le nulle

Tra la sequela d’appuntamenti elettorali degli anni 70, s’ipotizza approssimativamente che il voto operaio sia andato per il 70% al PCI, alla DC il 15%, ai socialisti il 7%; che gli artigiani abbiano votano soprattutto comunista per il 60%, democristiano per il 20% e socialista per il 10%; gli impiegati in gran parte per la DC (50%), per il PCI solo il 22%, per lo PSI 8% e per i repubblicani il 9%; i commercianti sono stati anch’essi per la DC al 55%, per il PCI al 15%, per il MSI al 10%, per il PRI al 10%, per lo PSI al 5%.

L’elettore valenzano, nondimeno, quando non vota per spinta clientelare (favori in cambio del candidato comunale “amico” scritto sulla scheda), si comporta in cabina come fosse allo stadio: barrando il simbolo per il quale fa il tifo. Molti continuano a reputare unica verità la voce del proprio partito.

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