Lunedì 30 Marzo 2020

L'intervista

L'infettivologo Garavelli: "Clima e inquinamento influiscono, ma niente panico!"

L'infettivologo Garavelli: "Clima e inquinamento influiscono, ma niente panico!"

Pietro Luigi Garavelli

ALESSANDRIA - Riproponiamo un'intervista a Pietro Luigi Garavelli che abbiamo pubblicato su Il Piccolo di martedì 25 febbraio.

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Attenzione sì, ma niente panico. Il dottor Pietro Luigi Garavelli, noto infettivologo alessandrino (ora dirigente a Malattie infettive a Novara), si schiera con i suoi colleghi che sostengono che il coronavirus sia meno letale della tradizionale influenza di stagione.


Dottor Garavelli, immaginiamo che, in queste ore, sia subissato di telefonate.
In effetti sì. Mi chiama gente che mi chiede di tutto e di più sul coronavirus. Quesiti estremi, ad esempio: se sono stato in ospedale dove c’è un ricoverato per coronavirus, posso prenderlo anche io?

Si è evidentemente generata psicosi. Possiamo chiarire?
Un virus diventa aggressivo quando ha da poco incontrato l’uomo. E i due soggetti non si sono ancora adattati reciprocamente. Il morbillo, ad esempio, sterminò gli indiani d’America che non lo conoscevano. In Europa, era considerato una normale malattia. Trasferito in un ambiente nuovo, ha inciso pesantemente sulla popolazione.

E tornando al coronavirus?
Dobbiamo anzitutto fare una distinzione tra infetto e malato. Facciamo un esempio, immaginando un iceberg: la parte sommersa, che è il 90% dell’iceberg, può essere considerata quella delle infezioni, quella cioè in cui il microorganismo si replica senza indurre malattia. La parte emersa è la malattia infettiva, cioè la risposta del macrorganismo rispetto al micro. E qui si avvertono sintomi, il più rilevante dei quali è la febbre, ma potremmo dire anche di raffreddore, colite... L’estrema punta dell’iceberg rappresenta i casi di morte, che sono evidentemente una piccolissima parte.

È acclarato che di coronavirus si muore...
Sì, ma ha una mortalità inferiore rispetto alle classiche influenze stagionali. I più colpiti sono soggetti fragili e anziani. Tra le categorie a rischio rientrano soprattutto ipertesi e diabetici, e, di seguito, i cardiopatici.

Quindi, secondo lei, siamo in presenza di un allarme ingiustificato?
Ripeto: la normale influenza stagionale è più incidente.

Ma allora perché se ne parla tanto?
Non lo so. Io mi limito a considerazioni dal punto di vista medico, aggiungendo che le malattie virali ricalcano tutte lo stesso schema. Nell’ultimo decennio è successo qualcosa di analogo anche per la Sars e la Mers (sindrome respiratoria mediorientale, ndr) che, essendo virus nuovi, emersi da poco, sono risultati più aggressivi dei virus tradizionali in popolazioni che non li conoscevano. Col coronavirus la storia si ripete.

Il fatto che sia nato in Cina non aiuta.
I numeri sono sempre difficilmente interpretabili, in un contesto come quello cinese ancora di più. Spesso, quando si analizzano le casistiche, si fanno rapporti tra numero di morti e numero di contagiati. Ma il contagio è uno scatolone al cui interno si mettono sia il malato che l'infetto. Come ho spiegato, l’infetto, ovvero la parte sommersa del nostro iceberg, non ha alcun problema di sorta. Può essere infetto senza sintomi.

Se tutti i virus si comportano in modo analogo, è giustificato il fatto che anche il Corona si sia sviluppato d’inverno?
Sì, perché si comporta come l’influenza classica, che è tipica di questa stagione. Si propaga per via aerea e lo fa più facilmente con un alto tasso di umidità, senza dimenticare che in questa stagione, complice il freddo, tendiamo ad ammassarci in locali chiusi, favorendo dunque la trasmissione. Con la primavera, il fenomeno dovrebbe implodere.

Il cambiamento climatico influisce?
In questo caso positivamente, direi. Se la primavera, con un caldo più secco, fosse anticipata davvero, il virus avrebbe meno possibilità di essere trasmesso.

L’elevata umidità spiega la diffusione del Corona soprattutto nelle regioni della Pianura padana, mentre il Sud ne è immune?
Certamente. Ma aggiungerei anche il fattore inquinamento. D’altronde, queste sono le aree più industrializzate.

Fatte le debite proporzioni, la zona di Wuhan è così: altamente industrializzata, inquinata e umida.
In effetti, per certi versi, il Corona ha colpito maggiormente in Italia dove ha trovato condizioni favorevoli. Come, appunto, in Cina.

Dottore, qualcuno parla di virus come arma biologica. È la classica bufala?
Il virus che colpisce l’uomo è simile, quasi al 100%, al coronavirus del pipistrello. Non ha subito modificazioni in laboratorio. Sarebbe una pessima arma biologica un virus che uccide una percentuale minima della popolazione e che, per giunta, è condizionato dal clima.

Secondo lei, l’Italia come sta affrontando il problema?
L’Italia ha applicato atteggiamenti rigidi. In altri Paesi occidentali sono stati meno rigorosi. Perché solo noi ci siamo comportati così? C’è qualcosa che non torna, ma francamente non so che cosa...

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